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15 September 2020 | di Paolo Sormani

Lancia Aurelia B20 GT “Bracco”: si vive solo due volte

Era data per persa, per sempre, quella che per alcuni è la Lancia Aurelia più famosa del mondo. La B20GT telaio 1010 guidata da Giovanni Bracco fu protagonista delle gare stradali del 1951. Ecco i retroscena del suo ritrovamento e del difficile restauro.

Qualcuno l’ha definita la Lancia Aurelia più famosa del mondo. Che sia così o meno, è una storia avvincente quella del suo ritrovamento e del restauro da parte dell’officina inglese Thornley Kelham. Nel 1951, la B20GT numero di telaio 1010 era stata famosa per il tetto ribassato e una stagione di corse breve, ma intensa e vincente. Poi era sparita. Forse per sempre. Seguendo la dritta del solito bene informato, gli specialisti della Thornley Kelham l’hanno rinvenuta in un magazzino di Southend, lungo il Tamigi. Una volta portata in officina, prima di procedere al restauro meticoloso ne hanno ricostruito la storia con pazienza e l’aiuto di un gruppo di esperti del marchio. L’auto fu acquistata nel 1951 da Giovanni Bracco, facoltoso pilota biellese e socio di Gianni Lancia. Fu schierata alla sua prima gara appena pochi giorni il ritiro dallo stabilimento di Borgo San Paolo. In quella rovente estate, la “strana” B20GT si piazzò seconda assoluta alla Mille Miglia, prima alla notturna del Circuito di Caracalla e prima di classe alla 24 Ore di Le Mans, con Bracco affiancato dal pupillo Umberto Maglioli. Altro giro, altra corsa: qualche settimana dopo Bracco stracciò la concorrenza alla 6 Ore di Pescara. La sua Lancia era inconfondibile, grazie al tetto ribassato per migliorare l’aerodinamica. E lo fu ancora di più quando si presentò al via della Carrera Panamericana, con la livrea nera vistosamente coperta di lettering e di sponsor, fra i quali Olivetti. Bracco uscì di strada nel quarto giorno di gara mentre era in ottima posizione di classifica. L’Aurelia restò in Messico: Bracco la vendette all’architetto Paredo. Dopo averla sistemata, nel ’52 il “piloto” amatoriale riuscì a piazzarsi nono, dopo duemila miglia di corsa senza pause fra Tuxtla Gutierrez a Ciudad Juàrez, sul confine gringo.

60 anni di oblio e una strana gobba. Dopo la Carrera Panamericana, la Lancia Aurelia è scomparsa per decenni. Ciò che ne restava è stato ritrovato presso Londra dal team della Thornley Kelham, che iniziarono subito la fase investigativa. I numeri di matricola del motore e del telaio combaciavano, così come i fori praticati sul cofano per le cinghie di tenuta utilizzate negli anni Cinquanta. In più, una leva accanto al sedile del passeggero sembrava adattarsi al sistema di regolazione delle sospensioni posteriori, che si diceva fosse stato montato sulla numero 1010. Nonostante la vernice bianca screpolata, la gobba posteriore aggiunta arbitrariamente e la ruggine, tutto indicava che si trattasse effettivamente della B20-1010. Il primo compito della Thornley Kelham è stato quello di risalire alle linee originali firmate da Boano per Pininfarina. L’Aurelia era nata per correre, quindi con il tetto basso, ma negli anni era stata ri-profilata con una vistosa gobba e i fianchi sporgenti. Era chiaro che il posteriore era stato americanizzato secondo lo stile delle “leadsled” californiane fine anni Cinquanta, primi Sessanta. Il lunotto posteriore sembrava sbagliato e il cofano del bagagliaio decisamente non era Aurelia. Allo stesso modo, il serbatoio della benzina era stato pescato chissà dove, mentre il pavimento era completamente ricoperto di uno spesso strato di antirombo. Per prima cosa quindi è stata asportata l’intera sezione posteriore, per riportare la Lancia allo stato originario utilizzando lo scanner 3D e i gusci di vetroresina. I battilastra hanno eseguito un lavoro accurato salvando il più possibile ciò che era rimasto del’originale e rinforzando i punti critici. Con la maggior parte del pavimento originale mancante, non c’erano mezze misure: andava rifatto totalmente. Finalmente l’Aurelia ex Bracco è andata in verniciatura, ma non prima del pronunciamento di un consesso di esperti del marchio.

Nera, rossa o Panamericana? Questo era il problema. Il proprietario e il buonsenso hanno decretato che la B20GT-1010 avrebbe dovuto ricreare la sua storia quanto più possibile. Così è stata presa la salomonica decisione di verniciarla nel nero Lancia convenzionale (aspetto che, con la linea abbassata, le aveva procurato il soprannome di “carro funebre” dallo stesso Bracco, non senza sprezzo della scaramanzia). Poi è stato aggiunto uno strato del rosso corsa scuro sfoggiato a Le Mans, per poi essere riportata alla livrea “mexicana” con il lettering ricostruito da Mark Amis sulla scorta delle foto d’epoca. E gli interni? Altro paio di maniche. Per la maggior parte erano irriconoscibili, ma una ricerca accurata ha permesso alla Thornley Kelham di scoprire che all’epoca l’Aurelia era stata dotata di sedili della Ardea per l’uso stradale. Sempre rifacendosi alle immagini scattate alla Carrera Panamerica, lo specialista Rob O’Rourke ha ricostruito gli interni originali. Tenendo conto dell’esteso lavoro di carrozzeria, tappezzeria, restauro del motore e verniciatura, in oltre tre anni alla Thornley Kelham sono state “bruciate” più di quattromila ore di manodopera. Come accade spesso, il restauro si è trasformato prima in sfida, poi in storia d’amore. “Il restauro dell’Aurelia ex Bracco è stato uno dei più difficili della mia carriera, per la sua storia e per la grande responsabilità che comportava”, ha dichiarato Simon Thornley, co-fondatore della Thornley Kelham. E visto che non si butta via niente, soprattutto di tanta esperienza e sforzo, il restauro della B20GT-1010 ha portato alla realizzazione della serie limitata di Aurelia “Outlaw”, in appena nove esemplari, con il tetto ribassato e una serie di moderne personalizzazioni, fra i quali il motore Flaminia preparato e alimentato a iniezione elettronica, freni a disco e sospensioni a gas regolabili. Quanto all’Aurelia B20GT-1010 ex Bracco, è stata venduta all’asta da Girardo & Co nella scorsa primavera.

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