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21 novembre 2012 | di Raffaele Laurenzi

Marchionne e il caso Lancia

"Lancia ha un appeal limitato fuori dall'Italia. Dobbiamo abbandonare l'illusione che il brand Lancia ritorni a essere quello di un tempo". Così si è espresso lo scorso 30 ottobre Sergio Marchionne, gettando tutti i lancisti nello sconforto. Ecco il nostro punto di vista, nell’editoriale di dicembre. Dite la vostra.

De profundis
Per tre giorni ho ascoltato i commenti sferzanti che il pubblico, sfilando davanti agli stand Fiat, Alfa Romeo e Lancia, indirizzava alla dirigenza torinese”. Ce lo ha riferito un nostro lettore, che a Padova è stato testimone della rabbia degli appassionati verso la Fiat. Poi ha aggiunto: “Mi chiedo che cosa sarebbe successo se il de profundis della Lancia Sergio Marchionne l’avesse recitato prima dell’apertura del Salone di Padova...”.

Il pubblico dei Saloni di auto storiche è fatto così: sanguigno, partigiano, istintivo. Non ha studiato marketing, non sa di strategie industriali e di valore del brand, però sa intuire il successo o l’insuccesso di un modello con la stessa precisione con cui un lupo di mare intuisce il favore del vento.

Gli appassionati sono l’avanguardia che anticipa i gusti e le scelte del grande pubblico e tutte le case automobilistiche hanno imparato a fare i conti con loro. La Fiat no. Peccato: se avesse ascoltato gli umori di lancisti e alfisti, si sarebbe risparmiata qualche errore. Come quello commesso nel 2003, quando non raccolse l’entusiasmo dei fan Lancia  (e non solo) per la concept car “Fulvia Coupé” e abbandonò l’idea (se mai l’avesse coltivata) di avviare il prototipo alla produzione industriale. Peccato davvero: gli uomini del centro stile Fiat, diretti da Flavio Manzoni, avevano tracciato la rotta che avrebbe potuto portare la Lancia a girare la boa del nuovo millennio in condizioni di vento più favorevoli. La concept “Fulvia Coupé”, in altre parole, poteva assumere dignità di brand al pari della “500”.

Marchionne dice che la Lancia non ha appeal all’estero. Se è per questo, ormai neppure in Italia, tanto più dopo le sue dichiarazioni, che frustrano le ultime speranze della rete di vendita e spengono il sorriso sulla bocca dei proprietari di “Delta” (Audi ringrazia...). Marchionne poteva essere più cauto, se non altro per non contraddire se stesso: perché mettere in piedi una gamma di modelli ricca quasi quanto quella di Fiat se poi non credi nel futuro del marchio?

Ma la politica ha fatto i suoi danni

Sappiamo che la diplomazia non è il suo forte, ma sappiamo anche che la fine della Lancia, se non l’avesse dichiarata Marchionne, l’avrebbe fatto qualcun altro dopo di lui. Il destino del marchio era segnato sin da quando Gianni Lancia cedette al Gruppo Pesenti (1958) la Casa fondata da suo padre Vincenzo. Egli aveva capito che la Lancia non avrebbe avuto chance in un Paese, l’Italia, dove si stava attuando una politica ossessivamente punitiva nei confronti dell’automobile, in particolare quella di alta classe.

Avevamo il prezzo della benzina più alto d’Europa e una tassa di circolazione formulata in modo da rendere proibitiva la gestione di una vettura a sei cilindri; poi abbiamo avuto le “una tantum”, l’“Iva pesante” (38 e 39 per cento!), il “superbollo”, fino al il “redditometro”, agitato dai governanti come uno spauracchio invece che come una giusta norma contro l’evasione. In altre parole, non v’erano le premesse perché la Lancia potesse trovare in Italia l’habitat favorevole allo sviluppo di modelli di categoria superiore, che erano la sua vocazione.

La Germania, che al contrario non attuò politiche demagogiche, permise all’industria dell’auto di sviluppare i suoi programmi senza condizionamenti. Col risultato che mentre la Lancia, nel pieno del boom economico italiano, produceva meno di 4000 “Flaminia” (1957-70), in Germania la Mercedes sfornava centinaia di migliaia di esemplari della gamma “W111-W112” (1959-71). È con questa realtà che la Lancia e l’Alfa Romeo dovettero misurarsi quando caddero le frontiere doganali.

Nani fra i giganti

Cinquant’anni di politica ostile all’automobile hanno condannato Lancia e Alfa Romeo al nanismo industriale, ed ecco i risultati. Siamo maestri di autolesionismo, l’abbiamo praticato con successo in molti campi: agricolo, alimentare, turistico... E nonostante i danni prodotti, non abbiamo perso il vizio: i provvedimenti adottati recentemente nei confronti della nautica da diporto, per esempio, hanno prodotto disoccupazione e riduzione del gettito fiscale, a favore di Francia, Slovenia e Croazia, dove molti proprietari di imbarcazioni hanno trovato riparo.

Lo stesso sta accadendo al nostro patrimonio di auto storiche, dove la tentazione di vendere è forte fra gli appassionati. I collezionisti russi, arabi e americani non aspettano altro.

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