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“Sarete belli voi”. Le bruttine stagionate

È bello ciò che è bello, o ciò che piace? Il più antico dei dilemmi ha investito anche diverse auto di serie, la cui estetica non è stata giudicata all’altezza del progetto e delle prestazioni. Il tempo è spesso galantuomo, però.

Mettiamo subito le mani avanti: tutte le automobili meritano rispetto. Dietro ognuna c’è un capitale di idee, ingegno, duro lavoro, ripensamenti. Decisioni difficili. Studi d’ingegneria, aerodinamica, fattibilità, sostenibilità, marketing. Investimenti onerosi. E potremmo andare avanti per tutta la schermata. Non tutte sono riuscite bene, purtroppo. E quando ci si accorge che non sono venute propriamente belle, che insomma sì, non sono di quelle da presentare a occhi chiusi a genitori e amici, è sempre troppo tardi. Ecco 10 esempi di bruttine stagionate condannate dal mercato, o dall’ilarità impietosa della strada.

Alfa Romeo Arna. Parte male, malissimo: dalla malafede dello slogan “e sei subito Alfista”, visto che erano mezze Nissan Pulsar; e dall’incredibile decisione di affidare un’auto italiana all’estetica di una scocca giapponese primi anni Ottanta. Sembra una barzelletta, no? L’altro slogan di lancio, “Kilometrissima”, fu più veritiero: chi l’aveva, l’Arna, era destinato a portarsela fino al demolitore.

Autobianchi Bianchina. Non è vero! È l’allestimento più rifinito della 500 Giardiniera. In versione Panoramica era perfetta per il lungomare, anni Sessanta come il Mottarello. Purtroppo, per la proprietà transitiva della sfiga è diventata la signora Pina dell’auto italiana. Fatalmente sposata al suo proprietario più famoso, il ragionier Fantozzi Ugo, ufficio sinistri.

NSU Prinz 4. A proposito di sfiga: se ne avvistavi una verde, la scaricavi senza ritorno sull’amico parafulmine più vicino Era l’auto del nonno, o di chiunque fosse abbastanza miope da scambiarla per una vasca con il tetto – si sa mai, dovesse piovere mentre si fa il bagno. Le intenzioni stilistiche erano delle migliori, era stata concepita come la piccola Corvair tedesca. Invecchiò precocemente. Anche come vasca.

Trabant. Il nomignolo “Der Trabbi” non è il vezzeggiativo di trabiccolo, ma indica l’auto in Duroplast che doveva garantire ai lavoratori della Repubblica Democratica Tedesca il diritto alla felicità e all’indipendenza. La costruirono così fino al 1990, mentre da anni dietro al Muro gli operai giravano tranquillamente in Golf. Era destino che il sogno socialista finisse così. Oggi la “Gehhilfe” (deambulatore) è elevata al rango di oggetto di culto pop.

Citroën Ami 8. A molti ricorderà la vecchia zia che si andava a trovare una domenica pomeriggio ogni morte di Papa. Quella che ti riceveva con il sorriso gentile e vagamente assente, il tailleurino un po’ sghembo, gli occhiali trapezoidali anni Cinquanta, la prunella Ballor e gli amaretti di Saronno serviti sul centrotavola ricamato in salotto. E forse è amabile proprio per questo. Fa strano pensare che debuttò nell’anno in cui l’uomo sbarcò sulla Luna.

Simca 1000. Non fatevi ingannare dalla foto pubblicitaria con la ragazza: per tutti, la Simca 1000 era la “Scacciafi**e”. L’auto costruita con i mattoncini Lego. Togli fari e volante, e sarebbe impossibile distinguere il fronte dal retro. Eppure dentro la versione GLS era comodissima, con i suoi sedili imbottiti e reclinabili: chiedetelo a quello che, le fi**e, era riuscito a portarcele alla faccia degli amici davanti al bar.

Aston Martin Lagonda Shooting Brake. Già davanti alla berlina tre volumi, ci si chiede cosa servissero alla mensa di Gaydon per rovinare tanto la digestione agli stilisti. Davvero era lo stesso marchio già al servizio segreto di Sua Maestà?  La versione shooting brake dell’atelier svizzero Roos Engineering la rese più somigliante a un carro da morto, senza nemmeno bisogno di adattarla. Se non altro, fa venir voglia di entrare più volentieri in un’agenzia di pompe funebri.

Austin Allegro. A proposito di English Breakfast, ecco una piccola auto il cui nome di battesimo pecca quantomeno di frivola supponenza. I giornalisti inglesi la decretarono rapidamente l’evidenza della disgrazia in cui era caduta l’industria automobilistica nazionale. Non andò meglio in Italia dove fu costruita su licenza dalla Innocenti fra il ’74 e ’76 con il nome Regent – un minimo di senso del ridicolo, a Lambrate l’avevano.

Fiat Multipla. Ha fornito il titolo a questo esecrabile articolo, con quello slogan di lancio che è stato fra i più felici, spiritosi e azzeccati nella storia della Fiat. Onesto, anche: a Torino sapevano che la frittata ormai era fatta e cercarono, se non altro, di farla passare per simpatica. Chiedete a chiunque la guidi ancora oggi, vi risponderà che non se ne separerà mai. È un’ottima auto di famiglia, ma solo se si è riusciti a farsene già una.

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