Auto
24 May 2019 | di Giosuè Boetto Cohen

Seconda vita per la BMW 2002 Ti Garmisch

A volte ritornano. I prototipi dimenticati venuti da altre tempi, a farci ricordare come erano le automobili quando ancora le disegnavano gli umani. È il caso della BMW Garmisch del 1970 che è tornata in vita oggi sul prato di Villa d’Este, quasi mezzo secolo dopo essere uscita dalla matita di Marcello Gandini.

La BMW 2002 Ti Garmisch è una concept in verità poco nota, presentata a Ginevra ’70 e subito fatta sparire a Monaco perché racchiudeva in sé troppe idee e bisognava riflettere. E infatti, mentre i suoi “geni” sono andati in circolazione in molte vetture della Casa (la prima Serie 3 E21 e la coupé Serie 6 E24), fino ai giorni nostri, del prototipo marciante costruito da Bertone si sono perse le tracce. Probabilmente demolito dopo avere dato tutto ciò che poteva. Oggi, per decisione del chief-designer Adrian Von Hoydonk, con la collaborazione diretta di Marcello Gandini e le competenze dell’atelier torinese Superstile, la vettura è stata ricostruita da zero, quasi senza disegni e con un software che interpreta le fotografie. La storia è da non perdere e la trovate in dettaglio sulle pagine di Ruoteclassiche di questo mese. Ve ne diamo qui qualche anticipazione.

Nacque naturalmente. Dopo aver presentato la barchetta Runabout (che avrebbe portato al successo della Fiat X1/9) e sei mesi prima di svelare il capolavoro Stratos Zero, a Torino ’70, Nuccio Bertone giocò la carta bavarese. Marcello Gandini, con la sua consueta, disarmante modestia, ricorda oggi che la BMW Garmisch - berlina due porte intesa come erede della 1602-2002 – nacque in due mesi, così, “naturalmente”. Chiedendosi solo come la vettura d’origine, perfettamente riuscita, avrebbe dovuto apparire ai clienti del futuro.

Spigoli vivi. Lo spirito moderno e la capacità di sintesi di Gandini ebbero il sopravvento. Sul pianale di una 2002 Ti il designer allungò gli sbalzi (+12 cm) e allargò, abbassandolo, il corpo vettura (-4 e -11 cm). Le caratteristiche, ampie superfici vetrate della “neue klasse” di Hofmeister e Michelotti vennero mantenute, così come l’armonia delle proporzioni. Eppure lo svecchiamento era epocale. Tutto ciò che appariva smussato, nel disegno della 2002, divenne uno spigolo. La meccanica spariva sotto un cofano basso e spiovente, il montante C che sostiene, da solo, tutto il tetto (A e B sono sottilissimi) dà, con la sua poderosa inclinazione, uno slancio dinamico al padiglione e risponde bene al parabrezza. La corta coda, anch’essa spiovente, fila via sotto il lunotto nero, a nido d’ape, con qualche ammorbidimento sapiente delle linee rette. La Garmish era, insomma, un manifesto al design del decennio che si apriva, alle linee pure e tese. Anche se presentato a Ginevra ’70 come una ricerca tutta torinese, spenti i riflettori fu impacchettata e spedita a Monaco, ribattezzata E19 e passata alla lente d’ingrandimento.

Il ritorno. Arriviamo, dopo il lungo oblio, all’anno 2018, quando Van Hooydonk ha deciso di far risorgere la Garmisch, per celebrare “dal vivo” un disegno così ispiratore e poterla consegnare ai posteri, prima nei giardini di Villa d’Este 2019 e poi nel grande Museo della Casa. Nell’attesa di ammirarla nelle gallerie bavaresi, possiamo goderci la preview (per pochi fortunati) sul Lago di Como, e il sorriso di Gandini, come sempre incredulo di fronte alla stima e profusione di mezzi per far rivivere la sua creatura. “Bella, sì. Utile? Probabilmente. E moderna ancora oggi. Ma...non si poteva, invece, farne una tutta nuova?".

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