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Stano Kochan e il suo libro su “L’omomeccanico”

Non a caso si chiamano anni di piombo, gli anni ‘70. Certo, la “pesantezza” del periodo comincia già nel ‘68, ma è nel decennio successivo che quella brutta piega dà il peggio di sé. Perché? Perché ormai l’entusiasmo del boom del dopoguerra è solo un vago ricordo e la promessa di un futuro migliore grazie alla meccanizzazione del mondo, dalla “A” di ascensore alla “Zeta” di zonzo in automobile, si è dimostrata l’ennesima bufala del progresso.

E così come capita oggi, con questa Rete che ha catturato tutti quanti con l’esca del like e una pesca a strascico di social, anche allora si sperava in un miracolo tecnologico. Anzi, che la tecnologia, meglio, la meccanica, avrebbe risolto i problemi del mondo. E all’arrivo della disillusione spuntarono le reazioni più disparate. Da parte di tutti quegli elementi della società che, allergici alle dinamiche degli ingranaggi, divennero vere e proprie schegge impazzite.

Come Stano Kochan. Che a suo pacifico e ironico modo, lo è. Figlio di insegnanti slovacchi, aspirante artista (ma respinto dall’accademia), decide di studiare economia. E per fortuna: è perché probabilmente è proprio grazie a questa sua conoscenza dei meccanismi del mercato che riesce a essere l’illustratore sagace che è diventato. 

Il suo libro, capace di parlare al petrolhead che c’è in ognuno di noi, è L’omomeccanico, pubblicato in Italia da Bompiani (1973), è un vero e proprio manifesto di realismo. Certo, le illustrazioni che mostrano in tutta la loro crudezza i meccanismi dell’indole umana (comprese le pulsioni più o meno sessuali), sembrano una condanna dell’andazzo di una società allo sbando. E invece la “Prefazio”, che introduce il lettore alle illustrazioni che vedrà, racconta tutta un’altra storia. Ancora più inquietante.

Eccone uno stralcio. Tanto per rendere l’idea. “La razza umana, così annunciano gli scienziati, è in istato di estinzione. Macchine, dall’omo stesso ideate e realizzate con el sudore de’ suo volto, minano la sua esistenza. Ed io in verità vi dico: codesta non è estinzione, ma trasformazione”.

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