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26 marzo 1927: così 90 anni fa iniziava il mito della Mille Miglia

La più famosa corsa su strada del mondo prendeva il via esattamente 90 anni fa in un clima di grande ottimismo per il rilancio dello sport automobilistico in Italia e nella città di Brescia. Quel 26 marzo fu l’epilogo di una gestazione piuttosto rapida, animata dai quattro noti organizzatori: Maggi, Mazzotti, Castagneto e Canestrini. Ecco come nacque la gara che tutti ci invidiano.

La mattina del 26 marzo 1927 – precisamente alle 8.00 del mattino – una Isotta Fraschini 8.0 litri pilotata dal Conte Aymo Maggi e da Bindo Maserati, uno dei fratelli dell’omonima azienda, è la prima automobile a prendere il via da Viale Venezia a Brescia nella prima edizione di una nuova competizione automobilistica. L’obbiettivo è puntare verso Roma passando per Firenze e, invertita la marcia, risalire verso il traguardo della Leonessa d’Italia passando per Bologna.

Il conte Maggi, gentleman driver di aristocratiche ascendenze, ha un interesse più che diretto nella corsa essendone uno degli organizzatori con altri tre personaggi della scena automobilistica del tempo: Franco Mazzotti, Giovanni Canestrini e Renzo Castagneto. Come avevano fatto i quattro intraprendenti personaggi a creare una corsa che, da subito, si sarebbe trasformata in un appuntamento irrinunciabile per chiunque aspirasse alla gloria motoristica? Si deve partire da più lontano.

FINE ANNI 10, INIZIO ANNI 20: SITUAZIONE DIFFICILE PER TUTTI
Il 19 gennaio 1919 la Conferenza di Parigi aveva aperto la spartizione dell’Europa tra vincitori e vinti della Grande Guerra. Il tributo pagato dall’Italia era stato enorme, con oltre 600.000 vittime. Ma il Bel Paese, benché vittorioso, non usciva soddisfatto dal conflitto, tant’è che Gabriele D’Annunzio, il più autorevole interprete del sentimento nazionale, parlando di “vittoria mutilata” andò a riprendersi la città di Fiume, assegnata alla Jugoslavia.
Viene sconfitto (la città sarebbe comunque diventata italiana quattro anni dopo) ma il suo gesto ottiene il non indifferente risultato di instillare negli italiani un forte sentimento di ardimento. Gli fa eco una nuova spinta futurista che, decidendo di sposare le istanze del nuovo movimento fascista, apre all’azione e al tentativo di rinnovamento in tutti i campi (da quello politico a quello economico, da quello culturale a quell’industriale). D’altra parte il le fortissime agitazioni che scuotono il Paese a cavallo delle due decadi – segnate da una serie innumerevoli di scioperi – agita gli animi delle classi più disagiate alla disperata ricerca di un tenore di vita decoroso.

I BRESCIANI E IL LORO ENTUSIASMO
I giovani bresciani Aymo Maggi, Franco Mazzotti e Renzo Castagneto vivono quest’epoca tumultuosa nella fredda atmosfera dell’universo automobilistico, con infrastrutture stradali scadenti, competizioni in crisi (l’unico vero evento era la 24 Ore di Le Mans, nata nel 1923) e Brescia in uno stato di decadenza. La città e il suo territorio erano stati la culla, fino all’inizio degli Anni 20, di molte manifestazioni automobilistiche ma la costruzione della pista di Monza aveva spostato lo scenario sportivo sull’industriosa Milano.

2 DICEMBRE 1926: SI DECIDE LA MILLE MIGLIA
Il 2 dicembre del 1926
i tre personaggi si incontrano a Milano in casa del giornalista Giovanni Canestrini, uno dei padri del giornalismo automobilistico italiano. Canestrini scriveva: “Discutevamo alla ricerca della soluzione della crisi dell’automobilismo; c’era poco da stare allegri. Bisognava fare qualcosa per lo sport, e soprattutto per lo sport italiano”. “C’era la necessità di creare qualcosa di nuovo e sensazionale – sosteneva Aymo Maggi –  “per scuotere il mondo dell’ automobilismo dal torpore e ricordare le nostre tradizioni sportive”.

Ma, soprattutto, i tre bresciani puntano a ridare alla loro città l’importanza automobilistica che Milano ha offuscato. È necessario organizzare “una gara di gran fondo, dunque su strade aperte al traffico, non per vetture speciali da corsa, ma per le vetture della costruzione corrente, una gara infine che oltre al suo contenuto ideale avesse uno scopo pratico ed un significato immediato, sia dal punto di vista tecnico che da quello sportivo”.  Canestrini descrive minuziosamente lo spirito di ognuno e ne evidenzia la sfumatura del carattere che ben si addice a quell’entusiasmo.

Franco Mazzotti, da poco ritornato dagli Stati Uniti, era ancora sotto l’impressione dell’enorme diffusione e del predominio dell’automobilismo nella vita d’Oltreoceano e, nel suo giovanile entusiasmo, sembrava assillato da un’idea: fare altrettanto in Italia, fare qualcosa che avvicinasse il popolo all’automobile, trovare la manifestazione che richiamasse quelle enormi falangi di pubblico che aveva visto sui ‘track’ americani”.  Aymo Maggi era «dominato dalla passione per il suo sport preferito, non sognava che la gara ‘monstre’, che fosse diversa dalle solite». Castagneto “coltivava un progetto lungamente accarezzato, ritornare alla luminosa tradizione bresciana”.

Canestrini parla di quell’incontro fatidico del due dicembre, epilogo di numerose discussioni avute nei giorni precedenti: “Mi par di ieri la riunione tenuta nel mio studio, nella quale con Mazzotti, Maggi, Castagneto concretammo e battezzammo questa manifestazione che doveva – fin dalla prima edizione – assurgere ai fastigi della celebrità e conquistare l’animo delle folle.
Fu una riunione brevissima. Puntavamo tutti allo stesso scopo, con pari entusiasmo e la stessa fede. Io sapevo di interpretare sicuramente gli intendimenti della Gazzetta dello Sport e i sentimenti di Emilio Colombo e di Cesare Fanti […].
Ma quale gara poteva in quel momento scuotere l’ambiente, interessare case e costruttori? Si pensò ad una ripresa del Circuito di Brescia, idea presto scartata perché c’erano da rifare impianti e strade e poi, fatto questo, non si creava nulla di nuovo e difficilmente le case avrebbero aderito ad una forma di gara già decaduta. Inoltre tutti avevamo fretta di concretare subito.
“Se facessimo un giro d’Italia?” Troppo lungo, troppo difficile. “Una Brescia-Roma-Brescia?” S’era sulla strada giusta. Roma e Brescia: due nomi simbolici. L’automobilismo italiano con questa manifestazione che voleva essere l’inizio di una riscossa, di una vitalità nuova, avrebbe idealmente collegato la terra di Augusto Turati – al quale si doveva la rinascita sportiva italiana – alla capitale donde il Duce irradiava la sua volontà realizzatrice”.

IL NOME PERFETTO
È ancora Canesterini a descrivere quei momenti storici:
“Fu ancora Franco Mazzotti a chiedere: “Quanto è lungo il percorso?” “1600 km”. “Cioè 1000 miglia – osservò Mazzotti fresco dal suo viaggio americano (la famosa spedizione dell’Aeronautica Italiana con Italo Balbo, N.d.A.) – E allora perché non Coppa delle Mille Miglia?” Il nome piacque a tutti.
Qualcuno obbiettò che quel riferimento al sistema di misurazione inglese poteva suonare male agli orecchi di qualche zelante gerarca. “Niente affatto”, ribattei, “i romani misuravano le loro distanze in miglia, siamo perciò nella tradizione romana”. E fummo tutti d’accordo. La Mille Miglia era ufficialmente nata! Il 4 dicembre ne davo per primo l’annuncio sulla Gazzetta dello Sport”.
Nel frattempo Franco Mazzotti fu nominato Commissario della manifestazione e Renzo Castagneto Direttore di Corsa e Segretario della gara. A Giovanni Canestrini il ruolo di tecnico, a Aymo Maggi “l’ingrato” compito di essere il primo a partire!”.

La notizia non viene accolta con grande entusiasmo. Tutt’altro: tra detrattori, contrari e catastrofisti il pubblico che non nutre speranze sulla riuscita dell’iniziativa sono molti. Ciononostante lo scoraggiamento non intacca minimamente gli organizzatori. I quali, anzi, possono contare sull’aiuto di personaggi importanti e decisivi, sia dal punto di vista della comunicazione, sia – ancora più importante – della politica attraverso l’appoggio morale di Augusto Turati, segretario del Partito Nazionale Fascista.

Nella seconda metà di gennaio, presso la sede del neonato Automobil Club di Brescia iniziano ad arrivare le prime iscrizioni. Frattanto Mazzotti e Alfredo Giarratana, all’epoca Direttore del Popolo di Brescia, eseguono una approfondita perlustrazione del tracciato a bordo di una Isotta Fraschini (otto giorni in tutto!) per rodare la macchina organizzativa, predisporre i controlli, allestire le segnalazioni del percorso e preparare gli uomini al controllo delle auto di passaggio.

Il 15 febbraio la CSAI approva il regolamento di gara ma si crea uno scontro sul problema della media oraria. Inizialmente la CSAI vieta di iscrivere auto con cilindrata inferiore a 750 cc ma il giorno 22 marzo, quattro giorni prima della partenza, la disposizione cade.

E, finalmente, arriva il 26 marzo 1927. Alle 8.00 precise parte la prima di 77 automobili iscritte. Per la cronaca, vincono Minoja e Morandi a bordo di una OM 665 S ‘Superba’ in 21 ore, 4 minuti e 48 secondi, alla media di 77,2 km/h. È l’inizio di un’altra grande storia.

Alvise-Marco Seno

 

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