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28 aprile 1916, nasceva Ferruccio Lamborghini. Il ricordo del figlio Tonino

La parabola di Lamborghini vista con gli occhi dell’unico figlio. Che ha dedicato al ricordo del padre numerosi libri e un importante museo. Ecco come ha fatto un uomo della terra a diventare un mito dell’automobilismo.

Oggi, 28 aprile, avrebbe compiuto cento anni. La sua vita però si interruppe molto prima, il 20 febbraio del 1993, all’età di 77 anni. Il suo nome invece è ancora vivo in tutto il mondo. E non solo perché gli sono sopravvissute le aziende che lo hanno reso celebre, anche se oggi non appartengono più alla sua famiglia. Di lui rimangono le grandi intuizioni industriali e le grandi realizzazioni del suo ingegno. Un mito? Forse non delle stesso spessore del suo odiato rivale di Maranello, al quale lo accomunano le origini emiliane e quel fuoco interiore che solo i grandi uomini posseggono, ma di sicuro un simbolo importante nel mondo delle quattro ruote. Di Ferruccio si conoscono la parabola imprenditoriale, l’ascesa repentina e l’altrettanto repentina discesa. Un po’ meno il suo lato umano, quello di un giovane nato da una famiglia di agricoltori in un borgo sperduto nella pianura centese e salito ai vertici della produzione automobilistica più esclusiva e affascinante del mondo, quella delle supercar.

UN IMPRENDITORE SANGUIGNO
Come ha fatto un giovane di Renazzo, una frazione di Cento nella provincia di Ferrara, senza grandi mezzi, se non la sua determinazione, a costruire dal nulla un gruppo industriale noto nel mondo e con imprese nel campo dei trattori, delle auto, delle pompe oleodinamiche, dei bruciatori, dei condizionatori e, ci è mancato poco, anche degli elicotteri? Lo abbiamo chiesto a Tonino Lamborghini, l’unico figlio di Ferruccio, oggi sessantanovenne, che con il padre ha avuto un rapporto non sempre facile. Ma al quale ha dedicato una serie di libri, tra cui l’ultimo, molto documentato e molto schietto (“Ferruccio Lamborghini – La storia ufficiale”) e un ricco museo a Funo di Argelato, alle porte di Bologna, con molti pezzi unici della storia Lamborghini. Tonino, oggi imprenditore nel campo dell’abbigliamento di lusso, dell’alimentare di alta qualità, degli alberghi a cinque stelle e in diversi altri settori, non nasconde le debolezze del padre, soprattutto per il sesso femminile (“un’ossessione che lo ha allontanato dalla famiglia”), ma ne riconosce anche le qualità di imprenditore illuminato e innovatore che hanno contribuito alla sua fama e alla sua fortuna.

“Per quanto mi volesse bene, era una figura distaccata. Non ricordo di essere mai stato sulle sue ginocchia; un tempo certe cose erano delegate alla moglie, alla donna, alla mamma. Lui di fatto aveva la sua vita e in quegli anni non era facile accettarlo per una moglie e per un figlio” dice oggi Tonino. “Ricordo però che era un uomo di un fascino incredibile. In particolare con le donne, anche quando era in età avanzata. Era un playboy sorprendente, le signorine cascavano ai suoi piedi con una facilità estrema”.
Fascino, astuzia e intuito sono le principali doti che lo aiuteranno a emergere. È un tipo gioviale, Ferruccio. Da giovane suona il mandolino in un complesso musicale, ma capisce che quello non è il suo mestiere. È bravissimo però a intrattenere la gente, a essere sempre al centro dell’attenzione. “La sua passione erano i giochi di prestigio – prosegue Tonino – uno in particolare: con un sistema di sua invenzione riusciva a far sparire una sigaretta accesa dalle mani di una persona. Ma di fare il contadino non ne voleva sapere, la sua passione erano i motori e la meccanica”.

IL PRIMO GIAPPONESE D’ITALIA
La sua fortuna inizia con una grande intuizione: Ferruccio nota che nei primi anni del dopoguerra è sempre più forte il bisogno di trattori economici. Decide di costruirne uno utilizzando un residuato bellico lasciato dagli Alleati. Il motore è a benzina, un carburante troppo caro anche all’epoca, ma Ferruccio trova il modo di farlo funzionare a petrolio grazie a un “vaporizzatore” di sua invenzione, una serpentina in rame arrotolata intorno al collettore di scarico. È subito un successo. Li vende nelle fiere e, per dimostrare la superiorità del suo prodotto, sfida i concorrenti a una sorta di “tiro al trattore”. Vince chi riesce a trainare l’altro. Il suo trattore vince sempre. Un po’ per merito del motore, un po’ grazie a uno stratagemma da furbetto: la notte prima riempie le ruote di acqua. Così appesantite si piantano nel terreno e non slittano, opponendo maggiore resistenza al traino. Funziona sempre.
Dopo i trattori scopre i bruciatori e i condizionatori. Li vede durante un viaggio negli Usa e al ritorno decide di costruirli in proprio. L’Italia non è l’America, ma lui aveva visto giusto e sfonda anche in questo campo.

È bravissimo a perfezionare i prodotti. Lo aveva fatto da ragazzo trasformando una Topolino in una barchetta da corsa e modificando il motore fino a farle raggiungere i 160 km/h contro i 90 dell’auto di serie.
Dove non arriva lui, chiama a sé i migliori tecnici in circolazione, strappandoli alla concorrenza. “Sono il primo giapponese della storia, non invento niente, parto da dove sono arrivati gli altri” amava dire per spiegare la sua filosofia imprenditoriale, ricorda Tonino: “La Lamborghini Automobili nasce infatti dalla necessità di migliorare la frizione di una Ferrari e dal risentimento verso il trattamento ricevuto da Enzo Ferrari, che lo lascia in piedi in corridoio per un paio d’ore prima di riceverlo. Ricordo ancora la sua rabbia quando tornò a casa dopo quell’incontro. Era furioso. Lo sfiderà sul suo terreno e si sa come è andata a finire. E per fortuna andò così, altrimenti la Lamborghini non sarebbe mai nata”. Quello che Ferruccio non poteva prevedere era il colpo di stato in Bolivia che bloccò la commessa di 5000 trattori (“un danno che avrebbe mandato al tappeto chiunque” dice Tonino) e l’ostilità dei sindacati sin dai primi anni 70. Due eventi che lo hanno spinto a vendere prima di subire danni irreparabili. Nella metà degli anni 80 Ferruccio tenterà di riprendersi la Lamborghini Automobili, ma il curatore fallimentare gli preferirà un finanziere francese. Non gli andò bene nemmeno con la Bugatti, che avrebbe visto il rientro di Ferruccio nel mondo delle auto.

“Il suo desiderio di tornare era fortissimo e iniziò a studiare una nuova vettura con gli ingegneri storici Lamborghini. Né io né lui, per ragioni diverse, potevamo comparire. L’operazione sarebbe stata finanziata da Romano Artioli, imprenditore emiliano con una grande disponibilità economica. Contrariamente a quanto proponeva mio padre questi decise di fare le cose in grande: acquistò il marchio Bugatti, mentre mio padre proponeva il marchio FLC – Ferruccio Lamborghini Cento – adottato prima del Toro, e spese un capitale per costruire un nuovo stabilimento. Il sodalizio si ruppe subito e Artioli proseguì senza di lui. Dopo poco tempo tutta l’operazione Bugatti fallì. Peccato, era una macchina eccezionale”.

Gilberto Milano

(testo estratto da Ruoteclassiche di aprile, in edicola ancora per qualche giorno).

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