All’alba del 18 aprile, nella sua casa di Busto Arsizio, è morto Edoardo Lualdi Gabardi, per lunghi anni incontrastato dominatore di molte cronoscalate italiane. Avrebbe compiuto 95 anni il prossimo 13 maggio. Appena due settimane fa era mancata la moglie Nalda Colombo, che aveva sposato nel 1961. Erede di una grande azienda tessile, Lualdi aveva avuto un’infanzia sfortunata perché il 13 agosto 1936 il padre Angelo ebbe un grave incidente stradale in Austria dove morì la moglie Edvige Gabardi e al quale lui stesso sopravvisse pochi anni. Fu così che Edoardo fu cresciuto dai nonni.
Dalle 1000 Miglia al dominio nelle cronoscalate
Affascinato dalle auto, debuttò in gara diciannovenne alla 1000 Miglia del 1950 su una Fiat 500C Topolino. La prima vittoria assoluta di rilievo fu alla “Trapani-Monte Erice” del 1956 con una Ferrari 250 GT, alla quale seguirono dozzine di affermazioni che gli assicurarono il Trofeo della Montagna nel 1956, 1957 e 1971 e il Campionato italiano 1960, 1961 e 1967. Fino al 1972, anno del suo ritiro, il pilota lombardo aveva collezionato 84 vittorie assolute, di cui 77 su Ferrari, fra le quali 166, 212 Touring, Tour de France, 250 LWB, 250 SWB, 250 GTO, 250 GTO 1964, 196SP, 250 Le Mans, Dino 206S e 212E.
Castell’Arquato e l’ultima gara tra pioggia e rischio
La sua carriera finì alla Castell’Arquato-Vernasca del 1972 con una Osella PA-1. Uscì di strada e riportò gravi fratture alle gambe, che lo costrinsero a un lungo ricovero e a un periodo di riabilitazione. «Non dovevo partire», raccontò in un’intervista, «perché l’auto non era a posto, il cambio non funzionava bene, se mettevo la quarta entrava la seconda. Arrivai a una curva sui 220, piuttosto allegro. Pioveva. E mi dimenticai del difetto del cambio e del fatto che dovevo fare quinta-terza perché, se facevo quinta-quarta, entrava la seconda. Capitò proprio quello. La macchina frenò troppo, all’improvviso, con tutta la forza del freno motore di una scalata rabbiosa come la quinta-seconda. Per giunta l’asfalto era bagnato. L’Osella si intraversò e finii contro un palo di cemento. Di muso. Nel 1972 sotto il muso c’erano la pedaliera e le gambe del pilota. Protezioni zero».
Una generazione leggendaria
Stimato da Enzo Ferrari, Lualdi riusciva sempre ad assicurarsi le vetture migliori, che cambiava ogni stagione tanto che i suoi rivali facevano la fila per averne una delle sue al momento della vendita. Molte delle quali, in anni più recenti, hanno raggiunto quotazioni da capogiro nelle aste internazionali. Con Lualdi, scompare l’ultimo alfiere di una generazione leggendaria perché in molte corse correvano con lui piloti come Juan Mauel Fangio, i fratelli Vittorio, Umberto, Giannino e Paolo Marzotto, Giovanni Bracco, Giulio Cabianca, Luigi Fagioli, Maria Teresa de Filippis, Alberto Ascari, Luigi Musso, Lodovico Scarfiotti, Eugenio Castellotti, Carlo Mario Abate, Stirling Moss, Antonio Brivio, Gigi Villoresi, Gino Munaron, i fratelli Gino e Piero Valenzano, per citarne alcuni. Verso la fine degli anni 60, lasciò la Ferrari per l’Abarth. Poi tornò a Maranello. «Nel 1971 decidemmo di accogliere le sue ripetute insistenze per avere la 212E, che nel 1969 aveva vinto l’Europeo con Peter Schetty», raccontò Piero Ferrari nella presentazione del libro Volanti & Tornanti dedicato a Lualdi, «e le sue tante vittorie con le nostre macchine rimarranno sempre nella nostra storia sportiva».
