Michele Alboreto, 25 anni dopo
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25/04/2026 | di Andrea Paoletti
Michele Alboreto, 25 anni dopo
A un quarto di secolo dalla sua scomparsa, il pilota milanese è ricordato per le doti in pista e fuori. Un campione garbato, dalla classe d’altri tempi
25/04/2026 | di Andrea Paoletti

Michele Alboreto appartiene a quella razza di piloti che non fanno rumore, ma lasciano un’eco profonda quando non ci sono più. Milanese, inizia nel 1976, quando ha già vent’anni, un lavoro da dipendente e pochi soldi in tasca. Le prime esperienze nei kart e poi nelle formule minori raccontavano già di un talento pulito, disciplinato, capace di unire sensibilità tecnica e coraggio quando serviva. Non era un predestinato nel senso spettacolare del termine, ma uno di quelli che costruiscono il proprio destino giro dopo giro, arrivando a convincere la Scuderia Salvati a mettere mano al portafogli per dargli una chance in Formula Italia, dopo le prime esperienze in Formula Monza. Da lì il salto in Formula 3, dove vince il titolo europeo nel 1980, nonostante non sia il favorito: Michele parla poco, ma sono i risultati a parlare per lui, e se ne accorge anche Cesare Fiorio che lo arruola per il programma endurance di Lancia Corse, dove sfiora la vittoria più volte, quando ha già un piede in Formula 2 e poi in Formula 1.

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Il debutto in Formula 1 e il titolo sfiorato con la Ferrari

L’obiettivo di ogni pilota è un sogno che si avvera grazie a un’altra persona che crede in lui: il conte Zanon che lo "affida" al "boscaiolo" Ken Tyrrell, patron dell’omonima scuderia. È il 1981, un’epoca feroce e affascinante, dove il talento doveva convivere con macchine difficili e spesso imprevedibili, che Alboreto riesce a portare al limite con prestazioni solide e intelligenti, coronate da molti piazzamenti e poi da due vittorie, a Las Vegas 1982 e Detroit '83, tasselli importanti di una fiducia crescente nei suoi confronti da parte degli addetti ai lavori. Il passaggio in Ferrari nel 1984 per Michele non rappresenta solo un traguardo professionale, ma un’investitura emotiva da affrontare con il consueto garbo e un animo non incline alla polemica, anche quando, nel 1985, perde il titolo mondiale, per la scelta scellerata - quando si trovava in testa al campionato - di passare dalle turbine KKK alle Garrett. Fatale il sospetto che il costruttore tedesco favorisse i connazionali della Porsche, il cui motore TAG era utilizzato dalla McLaren del rivale Alain Prost. Una stagione che ancora oggi resta sospesa tra orgoglio e rimpianto, una delusione composta, vissuta senza scenate, con quella dignità che lo ha sempre contraddistinto. La stessa che avrà anche di fronte alle prestazioni non sempre all'altezza delle monoposto messe in campo dal Cavallino Rampante negli anni successivi.

Professionista fino in fondo

La seconda fase della sua carriera in Formula 1 lo vede tornare alla Tyrrell, rapporto poi interrotto in malo modo con l’arrivo dello sponsor Camel, tabaccaio rivale della Marlboro che sosteneva il pilota milanese, costretto ad accasarsi per poche gare con la Lola-Larrousse e, dal 1990, con la Arrows. Anni difficili, lontano dai riflettori, ma affrontati con lo stesso spirito combattivo: Alboreto non era il tipo da scegliere scorciatoie o abbandonare, da buon milanese conosceva il valore del lavoro e della serietà, anche quando il risultato era lontano. In un ambiente che spesso dimentica in fretta, lui restava un punto fermo quanto a correttezza e competenza, valori riconosciuti da tutti, anche da Giancarlo Minardi – con cui Alboreto aveva corso e vinto in Formula 2 –, che lo mette al volante della M193B. A Monaco 1994 coglie un sesto posto e gli ultimi punti nel Mondiale Formula 1, categoria alla quale dice addio alla fine dell’anno.

La seconda vita con i prototipi

Dopo una breve esperienza nel DTM, nel campionato IMSA e un test con le Indycar, Alboreto si concentra sulle vetture a ruote coperte, dove trova una seconda, luminosa consacrazione. Le gare di durata, con la loro complessità strategica e la richiesta di resistenza fisica e mentale, sembravano cucite su misura per lui e la vittoria alla 24 Ore di Le Mans del 1997, con la TWR-Porsche WSC, rappresenta il sigillo di una carriera che avrebbe meritato maggiori soddisfazioni, se commisurata al suo grande talento. Dal 1999, il team Joest per cui correva diventa team ufficiale Audi e sugli argentei prototipi tedeschi Alboreto porta tutta la sua esperienza e capacità di sviluppo, togliendosi soddisfazioni come un terzo posto a Le Mans nel 2000 e la vittoria alla 12 Ore di Sebring l’anno successivo.

L'addio

Sarà il suo ultimo podio, perché pochi mesi dopo, il 25 aprile 2001, Michele muore in un incidente al Lausitzring, mentre collaudava, in vista della 24 Ore di Le Mans, la sua Audi R8 Sport. La notizia della sua scomparsa lascia un vuoto immenso, perché Alboreto non era stato soltanto un pilota veloce, ma un gentiluomo rispettato che si era fatto strada da solo, uno di quelli che danno credibilità a uno sport intero. Ricordarlo oggi significa tornare a un’idea di automobilismo fatta di misura, talento e umanità: significa ricordare qualcuno che non ha mai avuto bisogno di esagerare per essere grande, gli è bastato essere sé stesso, fino in fondo. Ed è forse proprio per questo che, a distanza di 25 anni, l’affetto nei suoi confronti continua a essere nitido, autentico, profondamente umano.

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