Auto
25 May 2020 | di Paolo Sormani

Camel Trophy, odissea in Land Rover

Nel 1980 prende il via in Amazzonia il Camel Trophy, l’avventura in fuoristrada estremo che diventa mito globale. Ogni anno cambiano gli scenari, i Paesi e i partecipanti, non le Land Rover color sabbia equipaggiate direttamente alla divisione Special Vehicles. Oggi sono rare le Range, Defender e Discovery nell’allestimento originale.

Giungla, 4x4, fango, caldo, bestie più o meno feroci, fango, soldi, polvere, guadi nautici, fango, gelo, praterie, neve, camicie sahariane, fango, cameratismo. Soprattutto fango. E una Land Rover color sabbia dentro. Sono questi gli hashtag analogici del Camel Trophy, la competizione in offroad a organizzata fra il 1980 e il 2000. Una leggenda del fuoristrada estremo che ha conteso alla Paris-Dakar l’aura del rally raid più famoso e desiderato del pianeta. C’è più di un’ottima ragione per farne parte. Principalmente, il senso dell’avventura e il gusto per il fuoristrada estremo. Ai quali si aggiungono il glamour e la soddisfazione di poterlo raccontare per anni ad amici e amanti. Sigarette e fuoristrada inglesi s’incontrano un po’ per caso nel 1980 quando un gruppo di tedeschi appassionati - e ben ammanicati - ottiene una sponsorizzazione dalla Reynolds Tobacco, proprietaria del marchio Camel, per un raid da Manaus lungo la strada Transamazzonica. Mille miglia da percorrere su tre Ford U50, cioè tre Jeep CJ6 costruite su licenza. Oggi potrebbe sembrare assurdo, all’epoca non lo è: la pubblicità esplicita delle sigarette comincia a essere penalizzata un po’ ovunque e i “tabaccai” mettono il cappello, anzi il pacchetto su corse, avvenimenti sportivi, abbigliamento e tutto ciò che ispiri mascolinità.

Disposti a tutto. Quello che alla Camel forse intuiscono soltanto è che si sarebbero ritrovati per le mani un fenomeno epocale nato grazie a Land Rover, alla quale si rivolgono gli organizzatori per la seconda edizione a Sumatra. E le 4x4 inglesi nel tradizionale giallone “sandglow” diventano istantaneamente l’icona del Camel Trophy. Le prime sono la Range Rover nel 1981 e nell’82, poi la Serie 3 nell’83 in Zaire. Il vero eroe, quello che ha “fatto” il Camel Trophy è il Defender, utilizzato dall’84 all’89. Gli succede il Discovery negli anni (1990-97) in cui il raid si apre a nuove frontiere, come i territori dell’ex blocco sovietico. Quando nel 1998 arriva la Freelander, destinazione Terra del Fuoco, il Camel Trophy si è da tempo trasformato in una specie di pentathlon con prove di abilità – nuoto, kayak, MTB, sci, orienteering – lontane dal volante. Una vetrina commerciale unica e forse massacrante, ma diversa dall’esperienza al limite del proibitivo nata per uomini e mezzi disposti a tutto.

Dal badile alla bandiera italiana. Le Land Rover sono le macchine giuste. La fabbrica le fornisce con guida a sinistra o destra, secondo la funzione, il Paese ospitante e la nazionalità del team. Il 4x4 di serie è allestito dalla divisione Special Vehicle con tutto quello che serve per affrontare l’impossibile, dal badile per il fango alla bandiera per la parata. L’equipaggiamento è uguale per tutti e comprende pneumatici Michelin XCL o BF Goodrich ben armati, roll cage, bull bar e paraurti di ogni genere, rampe di acciaio, argano, taniche ausiliarie, snorkel, un numero imprecisato di fanali supplementari. Per non perdersi ci sono il road book, il Garmin e il Terratrip, anche se di solito i mezzi procedono in colonna ed è frequente che gli altri equipaggi si diano da fare per aprire la strada comune. Lo spirito di corpo è fra le doti richieste per partecipare al Camel Trophy, al quale si accede attraverso dure selezioni nazionali – dove sono utilizzati anche offroad “esotici” come il Mitsubishi Pajero. Gli equipaggi italiani sono protagonisti già nel 1982 a Papua Nuova Guinea: nel primo anno che prevede le prove speciali vincono Cesare Geraudo con l’esploratore e alpinista Giuliano Giongo. Nell’84 sventola di nuovo il tricolore con Maurizio Levi e Alfredo Redaelli. Daniele Terzi e Giorgio Albiero si classificano secondi nell’86, dell’anno successivo è l’ultimo successo con Mauro Miele e Vincenzo Tota, medico sportivo con una carriera di pilota di offshore.

L’ultima avventura coloniale. Il Freelander balla – letteralmente – per la sola edizione del 1998. La formula progressivamente snaturata non piace più al marchio inglese, in predicato di passare alla Ford. Che lascia. Dopo la pausa nel ’99, l’ultima edizione del 2000 si tiene più sull’oceano che sulle isole di Tonga e Samoa. Qui i 16 equipaggi hanno in dotazione le Honda CR-V e i gommoni Ribtec 655. Si conclude così l’ultima grande avventura coloniale del XX secolo, le cui protagoniste continuano a essere ambitissime dagli appassionati. Di solito e per ovvie ragioni, le Land Rover sono utilizzate per un’edizione sola. Alcuni dei partecipanti se le riportano a casa, altre restano nel Paese ospitante. Le macchine ritornate in Inghilterra sono spogliate dell’attrezzatura e rivendute facilmente grazie al basso chilometraggio – ma che chilometraggio! Negli anni sono spuntati gli omaggi e le repliche facilmente riconoscibili dalle originali. Sono ribattezzate “Shamels” (dall’inglese shame, vergogna), ma sono la prova che la fiamma di quelle Land Rover color sabbia ha continuato ad ardere. Oggi le rare Range, Defender e Discovery originali restano nelle mani dei loro piloti avventurosi o dei collezionisti. Virtualmente senza prezzo, anche se in tempi recenti alcune sono passate di mano per cifre intorno ai ventimila euro. In ogni caso il Camel Trophy Club fornisce molte dritte su come recuperare e restaurare le Land Rover giallone, distinguere l’originale dal falso. Oltre a mantenere vivi il clima e le storie di quegli anni incoscienti ed esaltanti.

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