Jeep Grand Cherokee, la genesi del SUV - Ruoteclassiche
Auto
14 January 2021 | di Giancarlo Gnepo Kla

Jeep Grand Cherokee, la genesi del SUV

La Jeep Grand Cherokee torna a dire la sua in un segmento, quello dei SUV premium, tanto agguerrito quanto determinante per tutti i produttori di automobili. Nei primi anni 90, fu proprio la Grand Cherokee ad aprire quella nicchia di mercato, che colmava il gap tra modelli molto costosi come la Land Rover Range Rover e le altre 4x4, decisamente più spartane. Oggi ripercorriamo le origini di quest'auto, amatissima anche in Italia.

Nei giorni scorsi, Jeep ha presentato la quinta generazione della Grand Cherokee. Cresciuta nelle dimensioni, nella versione passo lungo supera di slancio i cinque metri (5,20 m) e può ospitare fino a sette passeggeri. Per l’Europa sarà disponibile la variante “corta” con cinque posti, che si ferma a 4,90 m. La linea di entrambi i modelli si riallaccia alla concept Grand Wagoneer, la futura ammiraglia del marchio Jeep svelata come showcar (praticamente definitiva) nell’ultimo trimestre del 2020: una nuova competitor nel segmento dei SUV di lusso di grossa taglia. La nuova Grand Cherokee lancia un guanto di sfida alle rivali medio-grandi, con finiture accurate e un corredo tecnologico di altissimo livello, svettando per una linea riuscita e soprattutto personale, una dote sempre più rara di questi tempi. Vi raccontiamo come, nel lontano 1992 questo modello ha rivoluzionato il mercato delle fuoristrada, sdoganando l’idea del SUV (Sport Utility Vehicle) su scala mondiale.

Questa Jeep spacca! Nella fredda mattina del 7 gennaio 1992, una fiammante “fuoristrada” percorreva la Jefferson Avenue di Detroit. L’auto aveva lasciato le linee di montaggio della Chrysler North Assembly nell’euforia generale, quello non sarebbe stato un giorno come gli altri. In fabbrica, come ai piani alti, le aspettative su questo modello erano altissime: la Jeep Grand Cherokee sanciva il primo passo per un nuovo rilancio del gruppo Chrysler; questa volta l’espansione era rivolta anche ai mercati esteri, in particolare a quello europeo. La vettura designata per iniziare questa missione era una Grand Cherokee 4.0 Laredo di colore rosso (Poppy Red) con interni in tessuto grigio. Fu il presidente della Chrysler, Bob Lutz a inscenare un debutto memorabile per la nuova Jeep. Dopo aver accolto a bordo il sindaco di Detroit, Coleman Young, la Grand Cherokee si diresse trionfalmente verso il centro città, scortata della polizia fino alla Cobo Hall: qui era attesa dalla stampa per l’esposizione al NAIAS (North American International Auto Show) di Detroit. Seguendo il copione dei migliori film d’azione dell’epoca, all’improvviso Lutz tagliò il percorso e anziché procedere verso l’entrata, salì con l’auto i gradini dell’edificio nel totale stupore del sindaco Young. Quest’ultimo non potè trattenere un’imprecazione, quando la Jeep rossa sfondò una vetrata della Cobo Hall nel totale clamore generale. Ovviamente, tutto era stato calcolato in modo che quella che sembrava una “candid camera” ai danni del primo cittadino avvenisse in totale sicurezza. L’obiettivo venne centrato e le immagini della Jeep Grand Cherokee tra i vetri infranti fecero presto il giro del mondo, prefigurando un grande successo.

Chi ben comincia. Le origini della Grand Cherokee risalgono al 1983 quando l’American Motors Corporation (AMC) stava progettando un successore della più piccola Jeep Cherokee (serie XJ). Tre designer esterni, Larry Shinoda, Alain Clenet e Giorgetto Giugiaro erano sotto contratto AMC e vennero incaricati di realizzare un modello in Clay per il progetto "XJC", un nuovo fuoristrada di medie dimensioni. Nel 1985, il progetto per la XJC venne avviato sotto la guida di François Castaing, Vice Presidente del reparto di lngegneria e Sviluppo del Prodotto. Castaing adottò un processo di business che oggi è noto come gestione del Ciclo Vita del Prodotto (PLM). In questo modo, la più piccola tra le case automobilistiche statunitensi accelerò il suo processo di sviluppo del prodotto per battere sul tempo i suoi concorrenti più forti. L'avanzamento dei lavori venne facilitato anche da software per la progettazione assistita al computer (CAD). Non dimentichiamo però, che dietro i progetti ci sono delle persone e perciò vennero introdotti anche nuovi sistemi di comunicazione che consentivano di risolvere più rapidamente i potenziali conflitti e limitare costose modifiche ingegneristiche. Tutti i disegni e i documenti erano reperibili in un database centrale. Il sistema si rivelò così efficace che, dopo l'acquisizione della AMC da parte di Chrysler nel 1987, questo metodo fu adottato da tutto il gruppo, permettendo la fruizione dei contenuti a tutte le persone coinvolte nella progettazione e nella costruzione dei modelli.

Grandi aspettative. La futura Grand Cherokee divenne così il primo progetto Jeep della gestione Chrysler. Il lavoro di sviluppo della XJC continuò e i dipendenti assunti dalla Chrysler erano ansiosi di portare a compimento il progetto entro la fine degli anni '80. Le linee del modello di serie vennero definite nel 1988 con la Jeep Concept 1, che differiva dalla Grand Cherokee solo per alcuni dettagli. L'amministratore delegato, Lee Iacocca tuttavia dette priorità alla seconda serie dei minivan Chrysler e per questo motivo, la commercializzazione della Grand Cherokee venne posticipata al 1992.
La concorrente di riferimento era la Ford Explorer ma, la nuova Jeep, oltre a un look più grintoso, viaggiava su un moderno telaio a scocca portante in luogo del classico telaio separato a longheroni.
L’impianto principale per la produzione di questo modello era il Jefferson North Assembly di Detroit, nel Michigan, costruito appositamente per la Grand Cherokee: un’indicazione che ci permettere comprendere la grande importanza assunta da questo modello per il gruppo Chrysler e la portata degli investimenti necessari alla sua messa in produzione. La nuova Jeep venne assemblata anche negli stabilimenti di Cordoba, in Argentina e di Valencia in Venezuela, mentre l’austriaca Magna Steyr si occupò della produzione delle vetture con specifiche europee. La Grand Cherokee contribuì in maniera determinante al superamento di quell’idea secondo cui i SUV fossero una prerogativa americana: di lì a poco, i principali costruttori di tutto il mondo svilupparono auto analoghe.

La gamma Grand Cherokee. La prima generazione della Jeep Grand Cherokee venne designata con la sigla di produzione "ZJ" e rimase a listino dal 1992 al 1998. I modelli assemblati dalla Magna Steyr, invece, erano indicati con la sigla ZG. Nell’aprile del 1992, la gamma Grand Cherokee comprendeva tre versioni: base (nota anche come SE), Laredo, e Limited. Successivamente vennero proposti anche altri allestimenti, tra cui Orvis (1995-98) e TSI (1997-98). La dotazione di serie includeva una strumentazione completa, il cambio manuale Aisin a cinque marce, l’airbag lato guida e l’ABS. Sul modello base, disponibile dal 1993, andavano pagati a parte gli alzacristalli elettrici e la chiusura centralizzata. A fronte di una differenza di prezzo contenuta, la clientela si orientò sulla più completa Laredo, portando presto alla soppressione dell’allestimento SE. La Grand Cherokee Laredo era il modello intermedio e si distingueva per i pannelli esterni in materiale plastico di colore grigio applicati sulla parte bassa della carrozzeria e i cerchi in lega a cinque razze. Al vertice, l’allestimento Limited, riconoscibile per i pannelli in tinta con la carrozzeria e le finiture esterne dorate. La dotazione comprendeva sedili in pelle a regolazione elettrica, specchietti riscaldati, ingresso senza chiave, inserti effetto legno, cerchi in lega specifici, computer di bordo con bussola, climatizzatore automatico, specchietto retrovisore elettrocromatico e stereo “Jensen” con equalizzatore multi-banda. Dal 1996, la lunga lista di accessori della Limited incluse anche i sedili riscaldabili e un nuovo impianto audio “Infinity” con lettore CD e cassette. A seconda delle esigenze, gli allestimenti potevano essere integrati con pacchetti di accessori che includevano fari fendinebbia, pedane, amenità di bordo, impianti audio, rivestimenti e diverse soluzioni per il traino dei rimorchi.

Un nome importante. La Jeep Grand Wagoneer Limited rappresentava la proposta più lussuosa tra le varianti della Grand Cherokee nel Model Year 1993. Oltre alla ricca dotazione della Limited, la Grand Wagoneer offriva rivestimenti in pelle trapuntata, griglia anteriore cromata e finiture esterne in vinile effetto legno, corredate dalle targhette “Grand Wagoneer”. Secondo le intenzioni, doveva essere un omaggio all’onorata carriera dell’ammiraglia uscente di casa Jeep, la Wagoneer in servizio dal 1963 al 1991. La nuova Jeep Grand Wagoneer era disponibile con il solo motore V8 da 5,2 litri “Magnum” , tra i più potenti della sua categoria e la trazione integrale permanente. Tutto questo non bastò ad attrarre gli acquirenti più tradizionalisti, che rimasero fedeli al modello originario. La clientela di riferimento della Grand Cherokee, più dinamica, preferì le varianti ordinarie e così il nome Grand Wagoneer venne definitivamente accantonato dopo il 1993, lasciando alla Limited lo scettro di modello top di gamma.

La tecnica. La motorizzazione di ingresso era il sei cilindri da quattro litri con 190 CV sviluppato dalla AMC, seguita da un 5.2 litri V8 “Magnum” da 220 CV. Per entrambe era disponibile il cambio automatico a quattro marce, che a partire dal 1994 divenne l’unica opzione per i modelli a benzina. L’anno seguente, il motore da quattro litri a benzina venne depotenziato a 185 CV per rispettare i parametri dei regolamenti EPA imposti a partire dal 1996. Il sistema di trasmissione standard della Grand Cherokee 4.0, noto come “Command-Trac” era ripreso dalla più piccola Cherokee e prevedeva la trazione integrale inseribile manualmente, in abbinamento alle marce ridotte. Lo step successivo prevedeva la trazione integrale Selec-Trac permanente, che ridistribuiva meccanicamente la coppia quando una ruota perdeva aderenza. Anche in questo caso, la trasmissione era abbinata alle marce ridotte. Il motore V8 da 5,2 litri portò al debutto il sistema di trazione integrale Quadra-Trac a gestione elettronica, caratterizzato da un gruppo di rinvio NV249 con giunto viscoso e marce ridotte. Il sistema Quadra-Trac, in condizioni normali inviava il 60% della potenza alle ruote posteriori, con una ripartizione 50-50 in caso di perdita di trazione dall’asse posteriore. Dal 1996, un differenziale bloccabile sostituì il giunto viscoso, mentre la trasmissione integrale inseribile venne accantonato con l’uscita di scena dell’allestimento base “SE”.

Parlava anche l’italiano. Nel 1996, la Grand Cherokee venne aggiornata in alcuni dettagli e nelle dotazioni, per il consueto restyling di metà carriera. Erano nuovi i paraurti e i fascioni laterali, così come la griglia anteriore, che era più ampia. Inedito il disegno dei cerchi in lega, della plancia (con airbag lato passeggero di serie) e l’offerta dei rivestimenti interni. Intanto, la Grand Cherokee iniziava a riscuotere ampi consensi anche nel Vecchio Continente, anche a fronte di cilindrate inusitate in mercati come il nostro. Per questo motivo, l’italiana VM produsse i motori turbodiesel da 2,5 litri e 115 CV. Alla luce della potenza limitata, le Grand Cherokee TD erano disponibili con il solo cambio manuale.

Che portento! Con il model year del 1998, venne introdotta la "5.9 Limited" con il V8 potenziato a 245 CV. Le pubblicità dell’epoca che titolavano: "Lo Sport Utility Vehicle più veloce del mondo", fanno un po' sorridere se consideriamo che la sua erede spirituale, la Jeep Grand Cherokee Trackhawk, vent’anni dopo arriva ad erogare quasi il triplo della potenza, con una cavalleria stock di oltre 700 CV, facilmente elevabili a cifre ancora più folli.
La Jeep Grand Cherokee 5.9 Limited era abbinata a un cambio automatico “46RE”, specifico per questo modello. Esteticamente si distingueva per le prese d’aria sul cofano, la griglia colorata a maglie larghe con inserti a nido d’ape, scarico sportivo con terminali cromati, mancorrenti a profilo ribassato sul tetto e cerchi da 16" nel disegno Ultra-Star. In esclusiva per la 5.9 anche l’alternatore da 150 ampere e una ventola elettrica di raffreddamento a 2 velocità. La dotazione, ulteriormente arricchita includeva un sofisticato impianto audio “Infinity Gold” da 180 watt e 10 altoparlanti e rivestimenti in morbida pelle di vitello. A fronte di un prezzo d’acquisto e consumi (molto) elevati riuscì a convincere una nuova clientela, assestando le vendite a 14.286 unità. Nel 1998 la produzione della Jeep Grand Cherokee terminava con quasi 1,7 milioni di esemplari: fu chiaro sin da subito che questa Jeep di strada ne avrebbe fatta parecchia. Dopo il primo modello, divenuto un classico, altre quattro generazioni si sono succedute rendendo onore al buon nome della Grand Cherokee.

Condividi
COMMENTI