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Mercedes-Benz SLR McLaren, la supercar che non deve chiedere mai

Nel 1999 al Detroit NAIAS (North American International Auto Show) Mercedes-Benz stupiva il mondo automotive con la “Vision SLR”, una concept car che prefigurava l’erede spirituale della leggendaria 300 SLR che consacrò al successo Stirling Moss alla Mille Miglia del 1955. Cinque anni dopo, il sogno divenne realtà con la SLR di produzione sviluppata insieme la McLaren, ai tempi, partner della Mercedes in Formula 1.

Quali fattori definiscono una dream car, lo stile? La potenza assoluta? Le emozioni che trasmette alla guida? La risposta è che sono tutti elementi fondamentali.
In ogni epoca ci sono state auto in grado di far proprie queste caratteristiche ma la Mercedes-Benz SLR McLaren, all’inizio del 21° secolo è riuscita a incarnare l’idea dell’hypercar coniugando, non senza difficoltà, le anime di due brand molto diversi tra loro. Da una parte c’era la Casa della Stella, il cui concetto di auto “sportiva” era sinonimo di lussuosa granturismo con motori ipervitaminizzati e, dall’altra, McLaren: precisione chirurgica, performance assoluta e carbonio a profusione. Il frutto di quel dissidio ontologico trovò compimento in una meravigliosa instant classic, non scevra di difetti e proprio per questo esaltante come poche.   

Un parto difficile. All’alba del Terzo Millennio a Woking venne sviluppata la prima monoscocca in carbonio destinata ad un’auto prodotta in “serie”. Intanto, ad Affalterbach i tecnici della AMG riprogettarono il poderoso V8 da 5.4 litri, per dare un cuore nuovo e ben allenato per la nuova super sportiva. Nel mezzo una gestazione difficile, con le continue revisioni e contrattazioni del progettista Gordon Murray (padre della straordinaria McLaren F1), pronto a volare ogni settimana a Stoccarda per convincere i vertici Mercedes a spostare il posizionamento della vettura: dal territorio delle GT, capeggiate dalla Ferrari 550 Maranello all’empireo delle hypercar più irraggiungibili. Con tutto ciò che questo comportava a livello progettuale, come ad esempio, l’adozione di un sottoscocca liscio con uno speciale diffusore a sei canali sotto la parte posteriore, derivato dalla Formula 1.

Il design. La SLR di produzione, indicata con la sigla C199, mantenne le proporzioni esagerate della Vision SLR, a partire dal cofano anteriore chilometrico e l’abitacolo acquattato a ridosso dell’asse posteriore, al quale si accedeva mediante porte con apertura a farfalla. Rimasero anche i doppi fari ellissoidali anteriori, un must sulle Mercedes di quegli anni, così come le grandi prese d’aria laterali, ottimizzate per la meccanica di serie e i terminali di scarico laterali.
L’interno, raccolto e moderno, aveva uno stile più semplice (e decisamente più ordinato) rispetto a quello del prototipo e riprendeva gran parte della componentistica in uso sulle Mercedes più comuni. Tra le peculiarità vi era il tasto di avviamento a pulsante, posto sul pomello del cambio e celato sotto uno sportellino. Premere quel bottone ricordava la procedura per il lancio di un missile dal cockpit di un jet da caccia e consentiva di entrare in una nuova dimensione: il motore posto praticamente a ridosso della plancia prendeva vita con un ruggito, amplificato dai terminali di scarico, così prossimi all’abitacolo.

la tecnica. Guardando la vettura di profilo si potrebbe anche pensare che il grande cofano anteriore contenga un V12 o persino un V16, invece metà del vano era occupato dall’impianto di aspirazione che portava ossigeno al compressore volumetrico, montato in supporto dell’otto cilindri “M155”, un’unità sviluppa ad hoc per la SLR capace di erogare la bellezza di 626 CV e 780 Nm di coppia massima. Tutto ciò si traduceva in una velocità massima di 334 Km/h e un’accelerazione da 0 a 100 all’ora in 3,8 secondi. Al netto dei numeri in ballo, tutt’oggi ragguardevoli, erano le vibrazioni e la forza bruta sprigionata dal V8 a rendere la guida della SLR un’esperienza mistica, diversa dalle supercar odierne: tanto avanzate da apparire telecomandate.
Il dissidio tra il Dr.Jekyll (rappresentato dai geni Mercedes) e il Mr.Hide (del lato McLaren) veniva rimarcato con la trasmissione, basata sul sempiterno cambio automatico a cinque marce voluto da Stoccarda, il NAG5: azionabile anche sia con la funzione sequenziale e sia con i piccoli (e poco intuitivi) tasti dietro il volante, robustissimo ma poco reattivo agli input del guidatore.
 
Iperattiva. Di tutt’altra pasta era lo sterzo ad assistenza variabile: preciso e affilato come un bisturi, sembrava quasi capace di accorciare il lungo interasse della vettura, regalando alla SLR una direzionalità eccezionale. Alla rapidità nei cambi di direzione contribuiva la distribuzione ottimale dei pesi, con il 49% sull’asse anteriore e del 51% al posteriore. Il feeling del volante, piuttosto consistente, richiamava quello di un’auto da corsa e non di una cruiser per le sfilate sui boulevard eleganti. Ciò, unitamente a una massa complessiva di oltre 1.700 kg e alla coppia sovrabbondante, rendeva la guida impegnativa. I solerti controlli elettronici, qui, apparivano più che mai utili per tornare a casa sani e salvi.  

Frenata super. Per frenare l’irrequieta Mercedes-Benz SLR McLaren, c’era un sofisticato impianto frenante elettronico, comandato dal discusso sistema “SBC” (Sensotronic Brake Control) che operava insieme a grandi dischi carboceramici. A questi, si univa lo spoiler posteriore attivo che forniva ulteriore deportanza. A partire dai 95 km/h, l’ala posteriore adottava automaticamente un’agolazione di 10 gradi, aumentando la pressione di contatto sull’asse posteriore. Nelle frenate brusche, lo spoiler fungeva da aerofreno: la posizione variava (65 gradi), assicurando una maggiore resistenza aerodinamica e spostando il centro aerodinamico verso la parte posteriore, conferendo alla Mercedes-Benz SLR McLaren un’eccellente stabilità nelle decelerazioni dalle alte velocità. Tuttavia, se gli spazi di frenata e la resistenza erano fuori discussione, diversi tester e clienti lamentarono una scarsa modulabilità del  comando.

SLR Roadster. Alla coupé, nel 2007, seguì anche la versione Roadster (R199): per certi aspetti persino più affascinante e ancora più esclusiva, con la sua capote in tela ad azionamento semiautomatico. Come sempre, la perdita del padiglione venne compensata con l’irrigidimento della scocca, a livello del montante A e nella parte posteriore dell’abitacolo. In questo modo venne mantenuta la maneggevolezza del coupé con il plus della guida a cielo aperto.

Omaggiava la Freccia Rossa. Nel 2008 venne presentata la SLR McLaren 722: un tributo da parte di Mercedes-Benz alla storica vittoria della 300 SLR alla Mille Miglia, per opera Stirling Moss e Denis Jenkinson. Il numero 722 infatti ricorda l’orario di partenza della SLR durante la gara: alle le 7:22 del 1 maggio 1955.
La speciale 722 si distingueva per i cerchi bruniti 19″ a sei doppie razze; spoiler e diffusore in carbonio, più aggressivi; dischi freno maggiorati e assetto irrigidito e ribassato di 10 mm. Praticamente un modello pronto pista, considerando che la SLR “base” era già molto rigida. La potenza e la coppia venivano incrementate, toccando così i 650 cv e 820 Nm a 4000 giri. Sebbene le prestazioni non abbiano subito variazioni di sorta, la 722 estremizzava il carattere, dichiaratamente sportivo, della vettura. Ne vennero realizzate solo 150, disponibili con carrozzeria Coupé e Roadster (indicata come 722 S) e ciò le rende tra i modelli più preziosi della serie SLR.

In onore di Sir Stirling. Il podio dell’esclusività va alla “Stirling Moss” del 2009, una specialissima barchetta che omaggiava, come è facile intuire, il leggendario Stirling Moss. La carrozzeria era completamente diversa, con volumi ispirati alla 300 SLR originale. Sotto pelle, la meccanica era ripresa dalla SLR 722. Questa “fuoriserie” venne realizzata in soli 75 esemplari, acquistabili solo da chi era già in possesso una SLR McLaren e poteva permettersi un esborso di cifre nell’ordine del milione di euro. Oltre 10 anni dopo, inutile dirlo, le sue quotazioni sono lievitate ed entrare in possesso di una Stirling Moss resta prerogativa per collezionisti molto facoltosi.

Nel firmamento automobilistico. La carriera della Mercedes-Benz SLR McLaren si concluse tra il 2009 e il 2010, con poco meno di 2.200 unità all’attivo, lontane dal target iniziale di 3500 esemplari. Ma se le ambizioni di Murray a un certo punto dovettero fermarsi dinanzi all’inflessibilità della Casa di Stoccarda, determinata a non discostarsi troppo dalla formula della super GT, vicina ai modelli di grande serie, è anche vero che pur edulcorata la SLR si rivelò un’auto a dir poco spettacolare. Immanente e brutale, come ogni hypercar dell’Olimpo del motorismo.

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