Per raccontare chi è stato Giuseppe Farina, per tutti semplicemente "Nino", bisogna tornare indietro nel tempo, nella Torino dei primi del 900. Nasce qui, il 30 ottobre 1906, respirando l’epopea delle origini dell’automobile italiana, tra lamiere e telai, figlio di Giovanni - fondatore degli omonimi Stabilimenti Farina - e nipote del celeberrimo Battista "Pinin" Farina, ma il giovane sabaudo non si accontenta di ereditare un impero di carrozzerie. Il richiamo della velocità è un magnete irresistibile e nel 1925 debutta, a bordo di una Chiribiri, alla Aosta - San Bernardo, senza però arrivare al traguardo, cosa che gli capiterà numerose altre volte. È aggressivo, irruento, si prende dei rischi, ma è molto veloce e attira le attenzioni della Maserati (grazie anche a una buona parola dell’amico Nuvolari) e poi anche di Enzo Ferrari, che lo chiama nel 1936 a guidare un’Alfa Romeo della sua Scuderia alla Mille Miglia, dove si classifica al secondo posto.
Le prime vittorie con l’Alfa Romeo
Prima dello stop forzato causato dalla Seconda Guerra Mondiale, dimostra il suo valore conquistando la prima vittoria al Gran Premio di Napoli del 1937 su un’Alfa Romeo 12C, poi l’anno successivo arriva secondo alle spalle di Nuvolari al Gran Premio d'Italia in una gara valida per il Campionato Europeo e ancora, nel 1939, vince con l’Alfa 158 - nella categoria Voiturette - il Gran Premio di Svizzera. Sempre a bordo della mitica “Alfetta”, spinta da un 1.5 8 cilindri con compressore volumetrico, riprende la sua ascesa nell’Olimpo dei piloti, conquistando nel 1946 il Gran Premio delle Nazioni e quello di Monaco nel 1948, a bordo di una Maserati 4CLT. Ha oltre 40 anni ma le soddisfazioni più grandi devono ancora arrivare.
Il primo Mondiale di Formula 1
Nel 1950 la Federazione Internazionale decide di istituire il primo Campionato Mondiale di Formula 1 e l’Alfa Romeo schiera uno squadrone con il tridente delle 3 “F”: Farina, Fangio e Fagioli, con un’evoluzione dell’immortale 158. Il 13 maggio, sul circuito inglese di Silverstone, Farina conquista la pole position, il giro veloce e vince la corsa inaugurale della neonata Formula 1, la cui prima stagione si dipanerà su 7 gare. Il dominio del Biscione è schiacciante e il campionato si trasforma in un duello con l'argentino, che vince l’appuntamento successivo di Monte Carlo (Farina è secondo), ma deve inchinarsi a Nino in Svizzera, sul difficile tracciato del Bremgarten. A Spa e a Reims è Fangio a imporsi e si arriva così all'epilogo di Monza, il 3 settembre 1950, per il Gran Premio d'Italia, dove Fangio parte favorito, con 4 punti di vantaggio in classifica.
Il trionfo davanti al pubblico di casa
L’asso di Balcarce conquista anche la pole position, davanti alla Ferrari di Ascari, mentre Farina è solo terzo, ma è il più lesto a scattare al via, prendendo il comando: al termine del primo giro, il giovane pilota del Cavallino Rampante, partito male, riesce a raggiungere il torinese e anche passare brevemente al comando, prima di un guasto meccanico, stessa sorte che colpisce Fangio al ventiquattresimo giro. L’argentino non si arrende e sale a bordo della vettura di Taruffi, ma non è giornata, perché al trentacinquesimo giro rompe il motore e si ferma a bordo pista, quando si trovava in seconda posizione. Farina, impassibile, continua la sua corsa solitaria e quando taglia il traguardo, davanti a un pubblico in visibilio, diventa il primo Campione del Mondo della storia della Formula 1.
La seconda vita con la Ferrari
Continuerà la sua carriera per altri cinque anni, ma senza riuscire a ripetersi e conquistando solo sporadiche vittorie, con l’Alfa Romeo 159 a Spa, nel 1951 e poi, dal 1952, con la Ferrari, a bordo della quale conquisterà nel 1953 il GP di Germania al Nürburgring. Colleziona anche gravissimi incidenti, il più grave in Argentina quando travolge degli spettatori - “Era un uomo dal coraggio che rasentava l’inverosimile...capace di fare pazzie, ma rischiando solo del proprio, senza scorrettezze a danno di altri...aveva un abbonamento alle corse dell’ospedale” - nelle parole del Drake. Corre spesso imbottito di antidolorifici - nel 1954 disputa il Gran Premio del Belgio con un tutore al braccio fratturato per un’uscita di strada alla Mille Miglia - e alimenta la sua leggenda personale anche fuori dalle piste, con un carattere esuberante e impulsivo, una passione per le belle donne e la dolce vita e il vezzo di correre con un sigaro cubano in bocca. Altri tempi...
La morte su una strada francese
Si ritira dalle competizioni nel 1955, ma tenta due volte la fortuna a Indianapolis, nel 1956 e nel 1957 con una Ferrari Bardhal Experimental, assemblata dalla Osca impiantando un motore Ferrari su telaio Kurtis Kraft. Non riesce a qualificarsi ed esce definitivamente dal mondo delle corse, ma la fine, ironica e tragica come solo il destino sa essere, arriva non su un circuito, ma su una strada ordinaria. Il 30 giugno 1966, mentre si reca al Gran Premio di Francia a Reims al volante della sua Lotus Cortina, esce di strada nei pressi di Aiguebelle e muore sul colpo. Se ne andava così, 60 anni fa, un pilota dal coraggio indomito, uno degli ultimi rappresentanti di quella generazione cresciuta su strade polverose e circuiti improvvisati, ma anche il primo a scrivere il proprio nome sul grande libro della Formula 1. Nessuno potrà mai portargli via questo storico record che ha l’ha consegnato al mito, emblema intramontabile di un automobilismo eroico e romantico.
