#AmarcordTopolino, la storia più bella è della “pilotessa” Ivana

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Obiettivo, celebrare gli ottant’anni della più piccola automobile italiana (parlomeno all’epoca), la vettura – un’autentica icona – di chi in garage non aveva mai posseduta una: la Fiat Topolino. Abbiamo quindi chiesto ai nostri lettori di recuperare dall’album di famiglia una vecchia foto che la ritrae accanto a nonni, zii e amici e di inviarci un breve testo di accompagnamento di massimo 2000 battute, con una storia, un aneddoto, un ricordo.

Ne sono arrivati in redazione una settantina. Ecco quello che, a insindacabile giudizio dei giornalisti di Ruoteclassiche, è stato giudicato il migliore. Ne è autrice una temeraria pilota donna, Ivana Werk, che in compagnia del marito Ezio Del Ponte (torinesi entrambi) ci ha raccontato di quando – capelli al vento e occhiali da aviatore – correva nel 1953 su una Fiat 500 A nera, affidatale senza tante raccomandazioni dallo zio Giovanni.

Correva l’anno 1953. Da una settimana in casa non si parlava d’altro: la Pinerolo-Sestrière, corsa di regolarità per auto di ogni tipo. Finalmente il giorno era arrivato. E l’ora, il minuto e… la bandierina si era alzata! Il motore aveva ruggito docilmente; poi il via! La vettura n. 4 si era mossa adagio: era una gara di regolarità, non era mica il caso di far slittare le gomme. La folla applaudì convinta: vent’anni, da due anni al volante, capelli al vento, occhiali da aviatore, fazzoletto di seta gialla al collo… Gli applausi proseguirono per un buon tratto lungo le vie di Pinerolo: folla sorridente, amica, generosa, bella. Era molto bella anche la macchina: una Topolino A nera, nuova, lucente, ben rifinita, con autoradio (i miei avevano la rappresentanza della “Autoradio Condor” per Torino). Zio Giovanni me l’aveva affidata senza nemmeno troppe raccomandazioni. Forse pensava di utilizzarmi qualche volta come autista e quello sarebbe stato il mio diploma di abilitazione. Uscii dalla città e imboccai disinvolta i rettilinei della pianura. Il sole alle spalle mi facilitava la guida. Del resto sembrava che la macchina interpretasse da sé il mio pensiero, la mie intenzioni. Ero concentrata, ma non tesa. Affrontavo le curve cauta in entrata, accelerando moderatamente verso l’uscita. Superai il primo punto di controllo a Villar Perosa e raggiunsi Perosa Argentina. Fino a lì la partita si era giocata fra la terza e la quarta marcia (la quinta non c’era ancora). La seconda cominciò a fare capolino più in su, man mano che mi avvicinavo a Fenestrelle, per diventare la protagonista oltre Pragelato. Nessun problema: le marce scalavano e salivano senza incertezze. Liberai nuovamente la quarta sul rettilineo d’arrivo. Lì fu un trionfo! Con i miei (in particolare la mamma) a dirigere l’orchestra dei plaudenti. Non ricordo come mi piazzai: “l’importante è partecipare” e io, con la 500, in anni in cui il mondo dell’auto era ancora privilegio maschile, l’avevo fatto alla grande! Non immaginavo allora che un giorno mi sarebbe stato dolce cedere il posto di guida. Avvenne su una Topolino C, la 500 tre volumi di un giovane medico, l’uomo con il quale ho compiuto anni fa le nozze d’oro… Ma questa è un’altra storia. Magari un giorno o l’altro ve la racconterò. (Ivana Werk in Del Ponte ed Ezio Del Ponte – Torino)

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