Realizzare una vettura capace di competere nel mondiale rally, con le libertà concesse dal regolamento delle Gruppo B, era una tentazione troppo grande per un Costruttore e non c’è da sorprendersi se, oltre alla triade d’oro Audi-Lancia-Peugeot, ci sono stati altri nomi, anche importanti, a cimentarsi con questa sfida. Tentativi a volte velleitari, a volte sfortunati, altre volte ancora rimasti allo stadio di prototipo, ma mai banali e sempre con quella voglia indomita di sperimentare soluzioni tecniche estemporanee. Tutto ciò anche solo per il gusto di provarci e di dimostrare di poter competere con il meglio che poteva offrire, in quel momento, l’automobilismo sportivo nell’ambito dei rally. Auto che, in vari casi, si sono tramutate in versioni speciali da collezione, riscattando sul mercato la mancata vita agonistica, altre ancora finite in un angolo di un museo, ma testimoni di un’epoca dove il superamento di ogni limite ha portato a far bruciare le ali a un giochino diventato troppo pericoloso.
Dalla Visa alla BX senza grandi soddisfazioni
Ben prima dei trionfi dell’era Loeb, la Citroën aveva tentato un pazzo esperimento di trapianto di un motore di 2.2 litri Lotus su una pacifica Visa, un progetto morto dopo i primi fallimentari test, mentre la Visa Trophée del 1982 venne effettivamente omologata per partecipare al neonato Gruppo B nella classe con motore aspirato fino a 2 litri. Prodotta nei necessari 200 esemplari con il motore di 1.2 litri e 100 CV, sarà seguita dalla 1000 Pistes, 112 cavalli e trazione integrale. Quella che interessa a noi però è la BX 4TC, un’auto incapace di fare meglio di un sesto posto al Rally di Svezia del 1986, anche a causa di un peso superiore di quasi 200 kg a quello minimo regolamentare. Il motore era un Simca-Chrysler di 2.2 litri, turbo, con 375 CV, montato longitudinalmente anziché trasversalmente (da qui l'enorme sbalzo anteriore) e c’erano le classiche sospensioni idropneumatiche, ma l’insieme si rivelò poco affidabile. Ancora peggio per i 63 (alcuni dicono 86) esemplari stradali con motore depotenziato a 200 CV, in gran parte ritirati e distrutti dalla Citroën stessa: adesso, proprio in quanto rarissimi, sono molto ricercati con valori prossimi ai 100 mila euro.
Un Wankel per i rally
La Mazda RX-7 con motore rotativo Wankel su uno sterrato? Perché no, devono aver pensato alla Mazda Europe, peraltro facilitati dal dover omologare solo 20 esemplari come evoluzione di un modello esistente della coupé di prima generazione. L’assenza di un appoggio ufficiale della Casa di Hiroshima non permise un grande sviluppo e in ogni caso, nonostante i 300 CV sviluppati dal 13B turbocompresso, la formula con trazione posteriore si era già dimostrata perdente. Nel corso della sua carriera sportiva il miglior risultato sarà un terzo posto al Rally dell’Acropoli 1985, mentre pare che di esemplari stradali ne furono realizzati solo sette, il cui destino è rimasto in gran parte sconosciuto, eccetto quello con livrea ufficiale rimasto invenduto a un’asta nel 2017.
La piccola belva inglese
Motore 6 cilindri e 4 ruote motrici su un’utilitaria di 3,4 metri erano una pazzia anche negli incontrollabili anni 80, al netto delle spericolate sperimentazioni nate in quel periodo. Eppure, la MG Metro 6R4, che ha partecipato al campionato mondiale del 1985 e del 1986, è lì a testimoniare che tutto si può fare, anche segando via due cilindri a un V8 Rover di 3.0 litri e riprogettando il motore per farlo stare dove normalmente entra un 4 cilindri. Anzi no, perché viene messo in posizione centrale (R5 Turbo e 205 T16 docent), viene abbinato a quattro ruote motrici e - in versione stradale - produce 250 CV, che diventano oltre 400 per gli esemplari da gara che quasi sempre romperanno qualcosa, limitandosi a un terzo posto al RAC 1985. Quasi più larga che lunga, con appendici alari degne della Pikes Peak ed enormi prese d’aria, alla MG Metro 6R4 non mancava la presenza scenica e i 200 esemplari stradali furono in gran parte utilizzati nei rallycross, tanto da rendere merce rara i pochi originali sopravvissuti.
L’altra giapponese “africana”
Dalla concezione molto simile alla Toyota TCT, di cui abbiamo parlato nell’altro pezzo dedicato alle Gruppo B, è la Nissan 240 RS. Anche qui troviamo il motore in posizione anteriore (2.3 litri turbo da 237 CV sulle stradali e 270 su quelle da rally) e la trazione posteriore, e anche qui i risultati nel Mondiale Rally non sono eclatanti se si escludono due terzi posti nel 1985 nei due rally africani e, due anni prima, un clamoroso secondo posto di Timo Salonen al Rally della Nuova Zelanda, stretto tra le due Lancia 037 di Walter Röhrl e Attilio Bettega. Si sa poco e niente degli esemplari stradali e con la fine delle Gruppo B Nissan si dedica ad altro, ovvero le Gruppo A, ma questa è un’altra storia.
La Porsche prima della Dakar
Prima degli exploit della 911 e della 959 alla Parigi-Dakar, la Porsche aveva dato vita a una specialissima versione della sua icona, con lo scopo di farla competere proprio tra le Gruppo B: la SC RS. Apparentemente poco diversa da una normale Carrera 3.2, era stata sottoposta a una cura dimagrante di 200 kg e il 6 cilindri boxer era stato portato a 290 CV: con queste credenziali, pur non essendo competitiva a livello assoluto, è stata capace di raggiungere il terzo posto al Rally di Monte-Carlo del 1982, quando ancora c’erano le Gruppo 4 e - questa volta in piena era Gruppo 4 - al Tour de Corse del 1985. Il dominio assoluto dell’Audi a trazione integrale la spinse ai margini della vita agonistica, ma i pochi esemplari stradali prodotti - sono solo 20 - hanno raggiunto quotazioni altissime, addirittura 2 milioni di dollari, come vi abbiamo raccontato qui.
La M1 che non ti aspetti
Associare la Bmw M1 alle Gruppo B suona non tanto blasfemo quanto improbabile. La futuristica coupé bavarese, prima a fregiarsi della M e prima supercar del marchio tedesco, è nota per le sue prestazioni da granturismo di razza e per aver dato vita a un campionato tutto suo, denominato Procar che, nel 1979 e nel 1980, mise uno contro l’altro i migliori piloti dell’epoca. Che c’azzecca allora il mondo dei rally? Si tratta infatti di un velleitario tentativo datato 1983, con debutto al Tour de Corse, terminato con un ritiro e costellato da guai meccanici praticamente in ogni gara alla quale viene iscritta. Nonostante i 430 CV del suo motore 6 cilindri da 3.5 litri, pesava 1150 kg, molto di più delle rivali e, inoltre, non poteva competere in quanto ad agilità sulle strette strade delle prove speciali, visto che era un buon 20 centimetri più larga. Fu iscritta esclusivamente a rally su asfalto, ma ottenne solo due secondi posti in gare minori a livello nazionale.
Tra 308 GTB e 288 GTO
Un altro caso di supercar dagli insospettabili legami con le Gruppo B è la Ferrari 288 GTO, vettura più a suo agio nelle mani di un ricco collezionista che sugli sterrati. Inutile dire che nessuna di esse si sporcherà mai di fango perché, una volta pronta, il Gruppo B venne abolito e i 200 esemplari previsti furono venduti ancor prima dell’inizio della produzione. Il suo sviluppo era partito dalla meccanica della 308 GTB, già impegnata con successo, grazie a Michelotto, nei rally tra le Gruppo 4 e, in alcuni casi anche tra le Gruppo B: in quest’ultima veste, pesava poco meno di una tonnellata e aveva lo stesso motore V8 da 3.0 litri portato a 310 CV. A essere sinceri, la soppressione sul nascere del progetto “Gruppo B da pista” non fu un dramma e la 288 GTO, con il suo V8 la cui cilindrata era stata ridotta a 2.855 cm³ proprio per rientrare all’interno delle specifiche regolamentari, è entrata ugualmente nel mito, mentre la 308 GTB si è ritagliata un posto speciale tra le Ferrari sportive proprio per i suoi risultati nei rally.
Tutte le altre: incompiute e semi-sconosciute
C’è poi una lunga lista di modelli che possono essere catalogati nella lista “vorrei ma non posso”, o più prosaicamente “meglio investire i soldi in qualcosa di più remunerativo”. Tanti costruttori hanno infatti realizzato dei prototipi pensati per correre nel Gruppo B ma inesorabilmente rimasti tali o prodotti in pochi esemplari, una volta preso atto della piega che aveva preso lo sviluppo tecnologico, oppure spiazzati dalla repentina soppressione della categoria. Vale la pena però nominare queste romantiche incompiute, a partire dalla nostrana Alfa Romeo Alfasud Sprint 6C, con il V6 di 2.5 litri e 160 CV in posizione centrale abbinato alla trazione posteriore (ma si pensava di convertirla alla trazione integrale). Abbandonata per carenza di fondi, sarà realizzata in soli due esemplari. Piccola ma cattivissima la Daihatsu DeTomaso Charade 926R, evoluzione della già interessante 926 turbo a motore e trazione anteriore: qui il 3 cilindri turbo di 926 cm³ e 120 CV viene spostato in posizione centrale e abbinato alla trazione posteriore. Un’altra giapponese, la Mitsubishi Starion 4WD, fece delle sporadiche apparizioni tra il 1984 e il 1986, ma l’abolizione del Gruppo B mise fine anche a questo progetto, basato sulla coupé trasformata con l’adozione della trazione integrale e una versione potenziata del 2.0 litri turbo, capace di raggiungere i 350 CV. Qualche gara invece l’ha corsa la Skoda 130 LR, dalla curiosa impostazione con motore e trazione posteriore: un quattro cilindri aspirato di 1.3 litri con 130 CV.
