Aste
24 August 2020 | di Paolo Sormani

Dispersa all’asta la collezione Morbidelli

Nei giorni di Ferragosto a Stafford, Bonham’s ha messo all’asta la collezione di Giancarlo Morbidelli, scomparso in febbraio. Costituiva il corpus del museo privato che l’industriale e costruttore aveva allestito a Pesaro. Resta alla famiglia la “griglia” delle Morbidelli da GP.

Chi ha familiarità con le corse conosce Gianni Morbidelli, ex campione di F3 e pilota di F1 a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta. Chi condivide la passione con le due ruote ha familiarità anche con il nome del padre Giancarlo, un inventore e industriale pesarese che un giorno si mise in testa di sfidare – e battere – i giganti giapponesi dei Gran Premi costruendo moto da corsa artigianali e velocissime. Giancarlo Morbidelli è scomparso nel febbraio di quest’anno lasciando solo l’eco nel grande museo privato della moto di Pesaro, che dal 1999 curava personalmente e a proprie spese. Se la famiglia Morbidelli ha deciso di salvaguardare le preziose moto da GP con il proprio nome e relativi cimeli, duecento delle 350 moto di interesse storico sono state poste all’incanto nel fine settimana di Ferragosto a Bicester (Inghilterra) da Bonham’s. “Passava giorno e notte nel suo museo, era la sua vita”, ha commentato Gianni Morbidelli. Che comunque non ha voluto, o potuto mantenere unita la straordinaria collezione ereditata dal padre, complice il disinteresse delle istituzioni pubbliche locali. Una grande occasione perduta sotto molti punti di vista.

Ducati e Benelli da record. La collezione Morbidelli comprendeva esemplari restaurati e conservati che rappresentano il meglio del racing artigianale all’italiana dagli anni Quaranta ai Settanta. La parte del leone la recitavano Benelli, Mondial e Ducati. Della Casa di Borgo Panigale l’esemplare più prezioso, una 125 4 cilindri da Gran Premio del ’64 progettata da Fabio Taglioni. Scomparsa per decenni, il suo motore fu ritrovato in Russia, il telaio nella ex Jugoslavia. Morbidelli riuscì a ripristinare il “matrimonio” assicurandolo con un restauro accurato, che ha valso alla moto la straordinaria quotazione di 400.000 euro! Altre “blue chip” dell’asta le “made in Pesaro” Benelli 250 GP guidata da Dario Ambrosini, campione del mondo 1950 (153.000 euro); e la 250 GP del ’64, guidata e autografata da Tarquinio Provini, battuta a ben 166.800 euro. Tra le italiane più blasonate, un’altra Benelli 250 monocilindrica bialbero da Gran Premio del ’59 ex Silvio Grassetti, appartenuta a John Surtees e restaurata da Giancarlo Morbidelli (93.000 euro). Quindi la Mondial 175 Bialbero GP ufficiale del 1954, guidata nei due anni successivi da Provini (51.000 euro). Si è fatta notare anche la Mondial Paton 250 GP, allestita dal geniale meccanico milanese Giuseppe Pattoni nel 1959 (38.000 euro).

Una collezione eclettica. Il meglio e l’artigianale delle corse all’italiana, si diceva, passa anche per esemplari cosiddetti “minori” come la piccola Ducati 65 cc da corsa del ’51, trasformata monoalbero in testa dallo stesso Morbidelli. E la Demm 50 Bialbero da corsa del ’61, una “zanzara” rarissima aggiudicata a 28.000 euro. Molto interessante per i cultori dello scooter anche la Lambretta LI 125 da corsa del 1959, andata via ad appena 8.200 euro. Il Museo di Pesaro ospitava anche diverse racer internazionali di pregio, che i clienti e complici dell’industriale gli recapitavano da tutto il mondo. È il caso della Honda 50 cc CR 110 da corsa del 1962, popolare fra i piloti privati del tempo e restaurata da Morbidelli acquistando personalmente il codino dalla Honda Racing (40.800 euro). La Bultaco 125 TSS GP 2 tempi del 1969 - roba da intenditori - ha scalato quota 35.000, mentre la “boy racer” inglese AJS 7R 350 del ’50 si è fermata a 17.800. A corredo dei piatti forti, Bonham’s ha servito anche la memorabilia contenuta nel museo, come la libreria, i trofei, le foto autografate e i disegni progettuali. Consola sapere che la famiglia Morbidelli abbia mantenuto le moto frutto dell’ingegno di Giancarlo, cioè la V8 e le velocissime 125 e 250 2 tempi che fecero strage di Gran Premi e Campionati nel mondo negli anni Settanta, al manubrio i campioni romagnoli Paolo Pileri, Pierpaolo Bianchi e Mario Lega.

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