Benetton, la scuderia di Formula 1 più colorata
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21/05/2026 | di Andrea Paoletti
Benetton, la scuderia di Formula 1 più colorata
40 anni fa il team inglese portò una ventata di freschezza nel Circus e, grazie a Schumacher, conquistò due campionati piloti e uno costruttori
21/05/2026 | di Andrea Paoletti

La storia della Benetton in Formula 1 inizia nel 1983, con la sponsorizzazione della Tyrrell - che assume una livrea basata sul verde aziendale - e prosegue l’anno successivo con la Euroracing. Nel 1985 i fratelli Benetton puntano le loro carte sulla Toleman - nota ai più per l’exploit del debuttante Ayrton Senna a Monaco 1984 - per poi acquisire direttamente il team e dargli il proprio nome, primo caso in cui una scuderia di Formula 1 assumeva la denominazione di un marchio commerciale. La stagione 1986 è quindi la prima della Benetton Formula, team con licenza inglese e sede a Witney, che si conclude con due pole position di Teo Fabi, il primo podio (a Imola) e la prima vittoria, ambedue di Gerhard Berger, al Gran Premio del Messico, oltre a due giri più veloci (uno a testa per i due compagni di scuderia).

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Un team colorato

La monoposto inglese non stupisce solo per le prestazioni, ma anche e soprattutto per la vistosa livrea, coloratissima, con la zona del cofano della B186 che sfoggia pennellate sulla base bianca e si concede addirittura lo sfizio di calzare pneumatici Pirelli con la spalla di colori diversi. Insomma, lo slogan “United Colors of Benetton” stravolge il mondo diventato già un po’ troppo serio della Formula 1 di metà anni 80, e crea un mix irripetibile di fantasia e solide basi tecniche, grazie ai disegni di Rory Byrne. Archiviata l’annata dando l’addio al motore turbo BMW, nel 1987 la Benetton si presenta al via con il Ford Cosworth turbo, ma è una stagione avara di soddisfazioni, così come quella successiva, dominata dall’imbattibile McLaren Mp4/4.

Quel giorno a Imola

Nel 1989 la B189, al secondo anno con il Ford Cosworth DFV aspirato, coglie una vittoria, a Suzuka, con il nostro Alessandro Nannini, ma solo perché Ayrton Senna viene squalificato per il contestato taglio della chicane dopo l’incidente con Prost. Un ricordo personale mi lega a quella stagione e racconta il clima che si respirava nello scanzonato team Benetton. Tardo pomeriggio del secondo giorno di prove del Gran Premio di San Marino, quando il ruggito dei motori aveva lasciato il posto al silenzioso e meticoloso lavoro dei meccanici, quando pile di gomme usurate dai forsennati giri di qualifica venivano riposte in un angolo e nelle tende dell’hospitality - pallide parvenze delle odierne cattedrali tecnologiche - l’unica traccia di vita rimasta erano tovaglioli di carta e giacche appoggiate sulle sedie. Non alla Benetton, dove da uno stereo a cassette al massimo del volume, tanto da far gracchiare le casse, imperversava “Mandela Day” dei Simple Minds mentre i meccanici, impegnati a trasportare un musetto e un alettone posteriore, tiravano contemporaneamente calci a un pallone ridendo fragorosamente.

Tra i top team

Non solo risate e scherzi però: la stagione 1990 - grazie alla doppietta di Nelson Piquet negli ultimi due appuntamenti, Giappone e Australia - si chiude sul terzo gradino del podio sia nel campionato piloti che in quello costruttori e sarà ancora Piquet a portare a casa l’unica vittoria del 1991. Unica in tutti i sensi, perché il team anglo-italiano sarà l’unico a mettersi in mezzo alla sfida tra McLaren e Williams i cui quattro piloti si dividono tutte le vittorie, mentre Ayrton Senna ottiene il suo terzo e ultimo Mondiale. Stabile ormai tra i top team e con Flavio Briatore al comando, alla Benetton per compiere il grande salto manca solo un super campione al volante, ma lo scaltro manager piemontese ha già provveduto, strappando alla Jordan - a stagione in corso - un giovane tedesco velocissimo, Michael Schumacher.

I trionfi dell’era Schumacher

Nel 1992 il futuro “Kaiser” inizia a essere una fastidiosa spina nel fianco per Senna e Mansell e, nella stagione che incorona finalmente il leone britannico, la Benetton coglie una vittoria - la prima di tante per Schumy - sul mitico tracciato di Spa-Francorchamps. Si ripete l’anno successivo, in Portogallo, ma i tempi sono maturi e la stagione 1994 vede la B194 subito molto competitiva, anche se la presenza di un software di controllo trazione vietato dal regolamento getta un’ombra sulle prestazioni. Due vittorie nei primi due gran premi approfittando delle difficoltà di Senna alla Williams e un dominio quasi incontrastato dopo i tragici fatti di Imola, prima della rimonta di Damon Hill su Williams, stroncata dalla controversa manovra del tedesco nella decisiva ultima gara sul circuito di Adelaide. Alla curva East Terrace il tedesco va largo, colpisce le barriere e rientra in pista, chiudendo poi aggressivamente sull’arrembante inglese e provocando danni irreparabili a entrambe le vetture. Il tedesco però, in questo modo, si mette in tasca il primo titolo, ma alla Benetton - protagonista anche del famoso incendio durante il rifornimento della vettura di Verstappen - sfugge quello costruttori. Si rifarà l’anno successivo e sarà il primo (e unico) per il team.

Il declino e l’acquisizione da parte della Renault

Dopo i due titoli mondiali, Schumy si butta nell’avventura Ferrari, portandosi dietro la coppia artefice dei successi Benetton, ovvero il progettista Rory Byrne e il direttore tecnico Ross Brawn. L’effetto sul team non è indolore, e nel 1996 (primo anno in cui corre con licenza italiana), nonostante i tanti podi, non arriva nessuna vittoria, mentre Gerhard Berger, tornato alla squadra con cui aveva esordito, coglie un inaspettato hat-trick al Gran Premio di Germania del 1997. Si chiude - anche simbolicamente - un’epoca, perché, curiosamente, l’ultima vittoria della scuderia è anche l’ultima del pilota austriaco, la cui prima era stata allo stesso tempo la prima della Benetton. Nonostante in entrambe le stagioni la Benetton si posizioni al terzo posto tra i costruttori, il declino è evidente: Briatore abbandona il timone per rivendere i motori Renault attraverso la Supertec e gli anni successivi vedono pochi sporadici piazzamenti che fanno scivolare la Benetton tra i team di metà classifica. Anche l’interesse della famiglia Benetton è scemato e, sebbene la B201 ne porti ancora – formalmente - il nome, la scuderia dal 2000 è stata venduta alla Renault. Tornerà Briatore e arriveranno altri successi, ma è un’altra storia. Finisce quindi quella della Benetton, un team colorato, gioioso, simpatico - molto meno quando diventano la forza dominante - ma comunque felice sintesi tra la più pura tradizione dei “garagisti” inglesi e la passione motoristica italiana, con una spruzzata di fashion popolare.

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