Novant’anni di Route 66: perché è diventata celebre

La madre di tutte le strade Usa compie novant’anni. Dopo aver dato i natali al primo drive-in della storia, al primo McDonalds, alla prima pubblicità stradale e numerose altre attrazioni turistiche, è oggi un imperdibile museo a cielo aperto della filosofia on the road statunitense.

Da est a ovest. Da Chicago a Santa Monica, attraverso otto stati e 3.755 chilometri di asfalto quasi del tutto pianeggiante. La Route 66, nonostante non sia più da anni una delle highway del sistema stradale americano, è senza dubbio la via d’asfalto più famosa dell’Unione. Un mito che ha radici antiche e che è diventato uno dei must degli automobilisti e dei motociclisti di tutto il mondo. E che compie 90 anni: fu aperta l’11 novembre di 90 anni fa, anche se era largamente incompleta. I cartelli indicatori vennero installati interamente solo l’anno seguente e la sua pavimentazione fu discontinua e completata solamente nel 1938.

La Route 66 è stata una delle prime highway federali: la sua costruzione fu fortemente caldeggiata da due imprenditori (Cyrus Avery di Tulsa, Oklahoma, e John Woodruff di Springfield, Missouri) che si spesero molto per lo sviluppo di un collegamento interregionale tra  Chicago e Los Angeles, che avrebbe favorito lo sviluppo dei propri affari.

La strada ha conosciuto un immediato periodo florido dopo la sua fondazione: apprezzata dai camionisti per i molti tratti pianeggianti, diventò l’autostrada prediletta per la movimentazione delle merci. E anche per i sogni e le persone. Lungo la direttrice est-ovest migrarono migliaia di americani, partiti da Oklahoma, Texas e Kansas, diretti in California in cerca di fortuna. Il ritratto che ne fece John Steinbeck in “Furore” è ancora oggi una delle pagine più alte della letteratura americana moderna.

E negli anni ’50 la Route 66 diventò l’autostrada delle vacanze degli americani, in cerca del sole californiano. Luogo di esperimenti e novità, come l’introduzione del primo fast-food (il Red Giant Hamburgs a Springfield, Missouri) che fu il primo drive-in, e il primo McDonald’s a San Bernardino. Attraversava molti paesini della parte più profonda del paese, rivializzandone un’economia altrimenti asfittica.

Ma la “grande via diagonale” ha ispirato anche una gran parte della cultura popolare americana: ha dato il nome – tra le altre cose – a una serie Tv statunitense, a un marchio di sigarette, a una delle più celebri composizioni di Nat King Cole, ha ispirato musicisti, scrittori e autori. Qui, nel tratto che corre nel deserto del Mojave, è anche ambientato il celebre film del 1987 Baghdad Café, diretto da Percy Adlon.

Ma la Route 66 è entrata nell’immaginario collettivo soprattutto dei motociclisti, come metafora di libertà e paradigma del viaggio americano: a Santa Monica e a Flagstaff sono state girate alcune delle sequenze più memorabili di Easy Rider, di gran lunga il road-movie per eccellenza.

Ma cosa resta di una strada che ha contribuito a cementare il mito americano al di fuori del paese? Oggi infatti la Route 66 è il museo di se stessa. Nel 1985 il riassetto del sistema stradale declassò la Route 66 a favore delle grandi Highways e Interstate, la cui costruzione venne promossa dal presidente Eisenhower a partire già dal lontano 1956 quando, con il Federal-Aid Highway Act, favorì l’apertura di nuove e più moderne autostrade che (a differenza delle Routes) non attraversassero i centri urbani, congestionandone il traffico.

Il suo declino, iniziato con le continue deviazioni di percorso, è terminato nel 1984 con l’abolizione dell’ultimo tratto superstite che attraversata l’Arizona. Oggi il mito sopravvive grazie alle associazioni che hanno lottato per il suo riconoscimento di autostrada storica e per la tutela di edifici e strutture che sorgevano lungo il suo percorso.

Marco Gentili

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