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30 October 2020 | di Paolo Sormani

Le B.A.T. vendute a quasi 15 milioni di dollari

Il trittico di Alfa Romeo B.A.T. disegnate da Franco Scaglione per Bertone è stato aggiudicato per la prima volta in un unico lotto a 14.840.000 di dollari, più il 12% di commissione. La casa d’aste RM Sotheby’s le ha messe all’incanto in una vendita di arte contemporanea.

Il trittico di Berlinette Aerodinamiche Tecniche (B.A.T.) è stato definito un concerto in tre movimenti per vetro, acciaio e lamiere di alluminio del maestro Franco Scaglione. Un inno al design aerodinamico italiano degli anni Cinquanta musicato dalla Carrozzeria Bertone. Non per nulla, la Casa d’aste RM Sotheby’s le ha poste in vendita per la prima volta in un singolo lotto considerandole non prototipi o automobili in senso stretto, ma capolavori dell’arte contemporanea e del design italiano in particolare. L’unico precedente è del 2017 quando fu aggiudicata la Ferrari F2001 di Michael Schumacher. Il 28 ottobre, le tre B.A.T. hanno trovato un nuovo custode per 14.840.000 dollari (circa 12.370.000 euro, più 12% di commissione), di poco sopra la stima che andava da un minimo di 14 a un massimo di 20 milioni. È una cifra importante e rappresenta una delle più alte in assoluto per le Alfa Romeo. Per contestualizzarla meglio: la scultura “Femme Leoni” di Alberto Giacometti, datata 1947, ha toccato i 25.900.000 dollari dopo appena cinque minuti di rilanci. Nella stessa asta il quadro “Concetto spaziale – Attesa” di Lucio Fontana è stato aggiudicato a 2.945.000 dollari, mentre il tavolo da sala da pranzo in radica e cristallo di Carlo Mollino ha raggiunto la cifra record di 6.181.350 dollari, oltre il doppio della stima massima. Mollino, lo ricordiamo, è l’architetto, designer e fotografo torinese che stilizzò la DaMolNar Bisiluro che corse alla 24 Ore di Le Mans nel 1955.

L’arte della carrozzeria. Mai e poi mai Nuccio Bertone avrebbe potuto immaginare un tale clamore e soprattutto così tanti milioni di dollari nell’orbita di tre autotelai Alfa Romeo 1900, quel giorno del 1951 in cui assunse quel disegnatore toscano giovane e sconosciuto. Con le tre B.A.T. Scaglione riuscì a fondere i suoi interessi nella scienza, nella matematica e nell’aerodinamica con un innato senso dell’estetica. Più tardi, nel 1954, avrebbe scritto in un articolo pubblicato da Auto Italiana che l’efficienza aerodinamica influiva fino all’85 per cento sulle prestazioni dell’automobile. Concludendo che “la sezione frontale deve consentire una penetrazione uniforme nell’aria”.

Uniche nella forma, rare da ammirare. Da quando furono riunite da un collezionista privato, le tre B.A.T. sono state viste insieme raramente. Intrapresero un tour europeo nei primi anni Novanta comparendo alla mostra “Autostory” allestita a Genova nel ’92, all’80° anniversario della Bertone a Torino. Per poi proseguire al Centre International de l’Automobile di Pantin (Parigi) e all’edizione di Rétromobile del febbraio 1993, nello splendore della cornice di Versailles. Dopo di che, il tritico di concept restò esposto per una decina d’anni al Blackhawk Museum di Danville, in California. Le tre B.A.T. tornarono a Pebble Beach nel 2005 e parteciparono al Concorso Italiano del 2009. Più di recente, nel 2016 sono state mostrate in una bella esposizione di auto italiane allestita al First Center for the Visual Arts di Nashville, Tennessee.

B.A.T. 5, 1953. Lo stilista toscano Franco Scaglione realizzò un design che massimizzasse l’aerodinamica intorno all’autotelaio dell’Alfa Romeo 1900. Il Portello non interferì nel processo di design limitandosi a fornire il motore a 4 cilindri da 90 cavalli, accoppiato alla trasmissione a 5 marce. Con la sua carrozzeria avveniristica, la B.A.T. 5 balzò nell’iperspazio contando sulla velocità massima di duecento chilometri orari, grazie al coefficiente di resistenza incredibilmente basso di 0,23 Cd, notevole anche per gli standard di oggi. I suoi paraurti molto pronunciati, le prese d’aria frontali, i vetri avvolgenti, le strette pinne e le carenature delle ruote produssero un design letteralmente “fuori dal mondo”.

B.A.T. 7, 1954. Dopo aver stupito il mondo, alla Bertone si cominciò subito a lavorare sul prototipo successivo. Dato il successo della prima B.A.T. 5, Scaglione fu incoraggiato a enfatizzarne le caratteristiche aerodinamiche. La sezione frontale diventò meno sfrontata, il cofano fu abbassato di sei centimetri, mentre le pinne caudali aumentarono di dimensione avvolgendosi intorno alla coda. Restarono parzialmente scoperte le ruote anteriori. Risultato: il coefficiente d’attrito scese ulteriormente a 0,19 Cd. Vale sempre la pena notare che questo “concetto spaziale” fu ottenuto senza l’ausilio della galleria del vento, né di elaboratori di calcolo elettronici.

B.A.T 9, 1955. La terza e ultima B.A.T. fu anche la più possibile e meno Batmobile, meno “space age”. Il prototipo vide un interesse più concreto da parte dell’Alfa Romeo, guidata dal desiderio di aggiungere al cosiddetto “effetto wow” l’applicazione di un design così radicale all’utilizzo su strada. Scaglione esplorò il tema gran turismo in un’interpretazione personalissima. Ridusse le dimensioni delle pinne per migliorare la visibilità posteriore ed eliminò le “sottane” alle ruote posteriori. Una linea di cintura più pronunciata fu accompagnata dall’apparizione della griglia triangolare della Giulietta Sprint con il fregio Alfa Romeo, tanto per chiarire ogni dubbio sull’ufficialità del progetto. Nonostante l’approccio più pratico, il design supersonico fu ancora più apprezzato per la capacità di coniugare forma e funzione. Il filo stilistico delle tre Berline Aerodinamiche Tecniche venne parzialmente proseguito da Scaglione anche sulla spider NSU Prinz Sport con motore Wankel, mentre più di 50 anni dopo la Bertone diede seguito alla serie con la B.A.T. 11, realizzata su meccanica Alfa Romeo 8C Competizione.

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