“Così ho scovato e rimesso in sesto la ‘Belva di Torino'” (video)

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“The Beast is coming”, “La Belva sta arrivando” mormora soddisfatto un signore tra il pubblico dietro le transenne. Gli animi si accendono, il boato del motore in lontananza è inconfondibile. Siamo a una cinquantina di km da Birmingham, in Inghilterra, lungo la pista della Chateau Impney Hill Climb, una gara di velocità in collina sullo sfondo di un bel castello ottocentesco. La macchina che tutti aspettano sta per sfrecciare nel suo ultimo giro della giornata. Non è inglese, però. È stata fatta in corso Dante, a Torino, dove era situato il primo stabilimento Fiat.

È la mastodontica S76, meglio conosciuta come “The Beast of Turin”, appunto: “La Belva di Torino”. Un capolavoro della meccanica costruito nel 1911 con un motore a quattro cilindri da oltre 28mila cm³ e una potenza di 290 cavalli, battezzato anche Fiat 300 HP. È stata la macchina più veloce del mondo, il modello che ha chiuso l’era delle auto da Gran Premio di dimensioni ciclopiche dando a Fiat l’ultima parola nel testa a testa iniziato nel 1908 con Benz, in seguito divenuta Mercedes-Benz.

Con Pietro Bordino al volante, la Fiat S76 ha battuto il record mondiale di velocità terrestre (187 km/h) a Brooklands e nella spiaggia di Saltburn nello stesso anno in cui è stata realizzata. Poi l’8 dicembre 1913 ha toccato i 211 km all’ora con un altro pilota, Arthur Duray, sulla spiaggia di Ostenda, in Belgio. Era il World Flying Record. Peccato che non le sia stato mai riconosciuto perché l’Aiacr (Association Internationale des Automobile Clubs Reconnus) ha deciso di cambiare le regole con una media da tenere in due giri anziché in uno: intanto però la Belva era andata più veloce della tedesca Benz.

E oggi? A 105 anni di età questo enorme bolide che sputa fuoco e sembra uscito da un quadro futurista è talmente spettacolare da essere sempre in pole nelle pubblicità delle gare a cui partecipa nel Regno Unito. È la macchina più ammirata, la più fotografata di tutte. L’anno scorso è stata anche “Car of the Year” agli International Historic Motoring Awards di Londra. Deve questa sua seconda vita a un signore che vive a Bristol e che, figlio di un collezionista, in mezzo alle primissime automobili è nato e cresciuto. Duncan Pittaway, 53 anni, un debole per i marchi italiani, le auto da corsa anteguerra le pilota, le colleziona, le restaura. E se serve le cerca in capo al mondo, come è accaduto per il motore della sua Fiat S76 dopo l’acquisto dello chassis e di qualche altro componente nel 2002. Del resto per lui The Beast è molto più di una passione: è il sogno di un bambino che un giorno ha visto in un libro del padre una strana macchina “che sembrava un dirigibile con le ruote” e ne è rimasto folgorato. E parecchi anni dopo è riuscito a trasformare il desiderio in realtà grazie al suggerimento di un amico, fan delle Fiat, che sapeva dov’era l’unico esemplare al mondo di quella macchina.

“The Beast of Turin è stata scoperta nel 1954 da un appassionato della casa torinese che pensava fosse un modello precedente, la S74, però il motore mancava ed era malmessa: comprandola l’ha salvata ma per dieci anni l’ha tenuta senza farci nulla finché l’ha rivenduta. Prima di me si sono succeduti quattro proprietari”, ricorda il collezionista. Ancora prima c’era stato un russo, che aveva mandato la Belva ad abbattere il record di velocità nel 1913. Intanto Fiat aveva smantellato l’unica altra S76 per evitare che venisse copiata mantenendone però alcune parti del motore, che quando sono state ritrovate hanno consentito a Duncan Pittaway di ricostruire il mito. “Una volta recuperato tutto, fare il restauro è stato meraviglioso ma per ogni componente si è reso necessario un lavoro manuale enorme”, racconta lui, che si avvale di due collaboratori ma ci tiene a mostrare le mani in parte scurite perché alla Belva ci lavora direttamente.

Gli elementi più grandi ancora mancanti erano il cambio, molto particolare, e la carrozzeria, che era andata perduta dopo la Prima Guerra Mondiale perché l’auto era stata alleggerita. Per loro sono volati via cinque anni e in totale il progetto ne ha impiegati dodici. “All’inizio ho pensato che ne sarebbero serviti tre o quattro al massimo”, scherza il proprietario, che aveva già restaurato una Bugatti Type 35. Ma poi si è appassionato all’idea di aderire perfettamente all’originale “cercando di entrare nella mentalità dei geni italiani che hanno costruito l’auto”. Voleva una S76 autentica, corretta in ogni dettaglio. “E Fiat ha dato una grossa mano perché possedeva ancora disegni, documenti tecnici e fotografie. Dunque è stato un viaggio di esplorazione, e in un certo senso da archeologo”, aggiunge Mr. Pittaway con entusiasmo. Sulla storia avvincente di questo restauro qualcuno sta anche preparando un film: Stefan Marjoram, fotografo e art director inglese, che era lì durante i momenti più emozionanti.

A giugno, durante il Goodwood Festival of Speed – dove nel 2015 è stato celebrato il ritorno in pista della Belva – anche Lapo Elkann è andato quest’anno a salutare il masterpiece da corsa del Lingotto. Duncan Pittaway ha definito il discendente della famiglia Agnelli “il passeggero più entusiasta di tutti” e ricorda di essersi molto divertito durante l’incontro. A ripensarci sorride con simpatia. Al famoso evento nel Sussex The Beast è arrivata da sé come va di solito alle gare, libera di viaggiare sulle strade pubbliche della Gran Bretagna. “La logica è se si poteva fare cento anni fa si può fare oggi, perciò non ci sono divieti da parte delle autorità, spiega il suo driver. Lui da quando ha finito il restauro cerca di guidarla più spesso possibile. E a quanto pare arriva anche a 150 km/h. “È una macchina molto controllabile, la guida è fluida, ottima”, assicura. Tutt’al più qualcuno trovandosela all’improvviso davanti si spaventa. Come quando il pilota Pietro Bordino l’ha portata per oltre 400 km dal circuito di Brooklands, vicino Londra, fino a Saltburn, sulla costa nord orientale inglese nel 1911. I passanti erano terrorizzati. E allora attenzione, signori: “The Beast is coming”. Oggi come ieri.

Laura Ferriccioli

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